giovedì 13 ago 2020
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Aifi, si dimezzano gli investimenti in private equity

Aifi, si dimezzano gli investimenti in private equity

Se nel 2016 i numeri del private equity italiano erano schizzati alle stelle grazie ai big deal con grandi operatori internazionali, quest’anno, complice anche il boom della Borsa, l’andamento del settore è stato “mediocre”, come commentato da Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, soprattutto in termini di valori.

Investimenti in calo

Stando ai dati relativi al primo semestre 2017 raccolti dall’associazione del private equity, venture capital e private debt, in collaborazione con PwC-transaction services, l‘ammontare investito tra gennaio e giugno è stato pari a 1,916 miliardi, in calo del 61% rispetto a un anno prima. “Sono mancati i large e mega deal (equity investito superiore a 150 milioni)”, ha spiegato Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi. A dominare gli investimenti sono sempre più gli operatori internazionali, che hanno pesato per 1,365 miliardi.

Quanto al numero di operazioni, il numero è invece salito: +10%, a 139, segno che l‘industria resta vivace, ma la taglia media dei deal, dopo l‘exploit dell‘anno scorso, è tornata allo standard medio-piccolo. E probabilmente resterà cosi: come ha osservato Gervasoni, le prime indicazioni sui nove mesi “sono in linea con il semestre”; quindi, difficilmente a fine anno vedremo i numeri record del 2016.

Meglio la raccolta

La situazione va meglio dal punto di vista della raccolta, a quota 1,195 miliardi (+61%), quasi quanto l‘intero 2016 (1,313 miliardi in totale), anche se il dato è fortemente influenzato da 711 milioni raccolti da QuattroR, “soggetto istituzionale” legato a Cdp. Al netto di questo, la raccolta sul mercato si ferma a 453 milioni, meno dei 721 dello stesso periodo 2016. Analizzando la distribuzione della raccolta non istituzionale, i dati mostrano un aumento del peso di investitori individuali e family office (48%), segno, ha notato Gervasoni, che la tendenza nella raccolta “è guardare sempre più al canale alto e altissimo” del risparmio. In particolare, osserva Francesco Giordano, partner di PwC, “molti investitori sono imprenditori che dopo aver venduto l’azienda, soddisfatti dell’esperienza private equity, decidono di investire a loro volta, fornendo un doppio contributo, industriale ed economico”. Invariato però il peso degli investitori previdenziali.

Per quanto riguarda il private debt, nel primo semestre sono stati raccolti 295 milioni, contro 375 milioni di un anno prima, perché gli operatori che negli anni scorsi, in particolare nel 2016, hanno raccolto, ora stanno investendo: su questo fronte i valori sono balzati del 123% in numero e del 179% in ammontare.

In calo poi l‘ammontare dei disinvestimenti: al netto dei write-off è calato del 18%, a 1,232 miliardi, mentre il volume è salito del 44%, a 72. Anche su questo aspetto, guardando alla distribuzione dei disinvestimenti, il peso della vendita a individui/family office/istituzioni finanziarie e spac (24% in ammontare) e delle ipo (23%),  indica una maggiore vivacità dei mercati azionari e a una riapertura  della exit borsistica.

La performance dell‘industria italiana è ancora meno brillante se calate nel panorama europea, soprattuto nel confronto con la Francia, che ha registrato investimenti per 6,395 miliardi e raccolta per 8,095 miliardi. Ma anche la Spagna ha fatto meglio sul fronte degli investimenti (3,047 miliardi), con otto deal che hanno pesato per 2,4 miliardi.

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