sabato 04 apr 2020
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Coronavirus, economia in picchiata sulle ali del cigno nero – AUDIO

Coronavirus, economia in picchiata sulle ali del cigno nero – AUDIO

di massimo gaia

 

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Un cigno nero è imprevedibile e imprevisto, altrimenti non sarebbe tale. È una banalità, ma serve per evitare di cadere nell’errore di crocifiggere a posteriori economisti e analisti finanziari che non sono stati in grado di anticipare l’impatto del coronavirus Covid-19 sui mercati e sulle previsioni macro. E se poi al cigno nero si affianca un brutto anatroccolo, la caduta dei prezzi del petrolio, ecco la ricetta per la tempesta perfetta sui mercati finanziari.

La premessa è necessaria perché risalire a prima del 20 febbraio, grosso modo, nella ricerca di report sul Covid-19 significa imbattersi in cantonate clamorose e, nella migliore delle ipotesi, errori di valutazione. Se, poi, si guarda agli outlook sul 2020, pubblicati nel corso dell’anno scorso, nessun analista segnalava la possibilità che un virus provocasse la frenata brusca dell’economia mondiale. Dato curioso: un report riteneva che quest’anno sarebbe stato segnato dalla slowbalization, ovvero un rallentamento ulteriore della globalizzazione; ebbene, il Covid-19 ci ha drammaticamente ricordato che, in un mondo di relazioni commerciali e finanziarie interconnesse, la risposta alle minacce globali deve essere coordinata e solidale.

Nessuno aveva previsto il Covid-19. Certo, l’organizzazione mondiale della sanità (Oms) da diversi anni indica le pandemie virali come la principale minaccia alla salute degli esseri umani. Le concentrazioni di allevamenti intensivi di bestiame e pollame, in particolar modo nelle aree più popolose del pianeta, creano le condizioni ideali per la nascita di virus che, saltando dall’animale all’uomo, assumono connotati potenzialmente distruttivi. Nel 2003 con la Sars si riuscì, con abilità e fortuna, a contenere la diffusione. In un mondo ancor più globalizzato e interconnesso rispetto a diciassette anni fa, arginare il Covid-19 si è rivelato impossibile.

Dopo aver imperversato nel Wuhan, per diverse settimane, il virus è sbarcato in Europa, esattamente in Italia, a fine gennaio: due turisti cinesi sono stati i primi casi accertati. I mercati ci hanno messo un po’ per capire che il primo caso di cosiddetto contagio secondario, a Codogno, in provincia di Lodi, sarebbe stato l’inizio di una diffusione su larga scala. 

I mercati diventano “infettati” – per utilizzare un’espressione di Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim – a partire dalla settimana del 21 febbraio, quando appare chiaro che il virus è uscito dai confini cinesi ed è approdato nel resto dell’Asia (Giappone e Corea) e in Europa. Cesarano inizialmente parla di «forte impatto emotivo» e prefigura un intervento delle banche centrali, che in effetti è arrivato a stretto giro di posta, con il taglio dei tassi di 50 punti base da parte della Federal Reserve (Fed), datato 3 marzo, e gli interventi successivi di Bank of England (BoE) e Banca centrale europea (Bce), nonché le misure concordate dai principali istituti centrali il 15 marzo.

La mossa della banca centrale Usa, replicata e amplificata il 15 marzo, e le misure di stimolo che i mercati hanno cominciato a metabolizzare da parte della Bce (poi arrivate il 12 marzo, sebbene deludendo le attese), e delle altre banche centrali, però, si sono infrante contro due muri terribili: la constatazione che il Covid-19 si è diffuso globalmente, impattando soprattutto l’Italia, e quello che per certi versi è stato un secondo cigno nero, un brutto anatroccolo figlio del virus, ovvero il mancato accordo tra Opec e Russia sul taglio della produzione di greggio.

Tra venerdì 6 e lunedì 9 marzo, infatti, i mercati sono stati squassati da una tempesta perfetta. Dapprima, a Vienna, Opec e Russia non si sono accordati sulla riduzione della produzione, sebbene la domanda di greggio fosse già impattata dal Covid-19. Risultato: guerra dei prezzi, con l’Arabia Saudita decisa a mettere sul piatto i minori costi di produzione per piegare gli altri produttori. E, quindi, tracollo dei prezzi, scesi sotto 30 dollari il barile. Gli analisti che ritenevano certo un accordo Opec-Russia proprio per effetto del calo della domanda sono stati smentiti.

Non bastasse, nella notte tra sabato 7 e domenica 8 marzo il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte (nella foto a sx), firma il decreto per stringere ulteriormente le limitazioni ai cittadini della Lombardia e di altre zone produttive del Nord, di fatto dichiarando inefficace la linea delle raccomandazioni e delle limitazioni soft, che aveva caratterizzato le settimane precedenti. Risultato: lunedì 9 marzo Piazza Affari – tenuta aperta, tra le proteste di operatori e manager – va a picco, con titoli letteralmente massacrati (in particolare, banche e società legate al settore energetico). Il giorno seguente, sebbene nella notte tra il 9 e il 10 marzo il governo avesse dichiarato zona rossa l’intero Paese, i mercati finanziari rimbalzano, sostenuti dalle parole del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su misure a sostegno di imprese e consumatori, nonché dall’attesa di interventi coordinati delle banche centrali. Piazza Affari, però, dopo un rimbalzo in mattinata, nella seconda parte della seduta torna a perdere terreno. Un copione che si è ripetuto per un paio di giorni, con i mercati apparentemente indifferenti alle misure di aiuto alle imprese e alle famiglie annunciate dal governo Conte e dall’intero settore bancario.

L’11 marzo, Roma stringe ulteriormente le maglie dei divieti, chiudendo tutte le attività commerciali, fatta eccezione per i servizi fondamentali. È sempre l’11 quando l’Oms dichiara che il Covid-19 è una pandemia. Nella notte italiana, Trump presenta le misure da prendere per il contenimento dell’epidemia e chiede al Congresso di approvare al più presto un provvedimento di alleggerimento del carico fiscale sui salari. E blocca i voli da e per l’Europa per trenta giorni, isolando il vecchio continente. Ovviamente, il 12 marzo le borse vanno nuovamente a picco, cominciando da quelle asiatiche, per poi passare a quelle europee (deluse dalle misure adottate dalla Bce), arrivando agli indici Usa. Venerdì 13 – complici precisazioni e prese di posizione da parte dei vertici di Bce e Commissione Ue – i mercati rimbalzano con forza.

Il 13 marzo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, dichiara che l’Europa “è diventata ora l’epicentro dell’epidemia di coronavirus, con più casi riportati e vittime di tutto il resto del mondo messo insieme, esclusa la Cina” e “più casi sono riportati ogni giorno di quanti ne fossero riportati in Cina al picco dell’epidemia”.

Il 15 marzo le principali banche mondiali concordano misure per erogare liquidità al sistema. La Fed sgancia il corrispettivo di una bomba atomica in termini di politica monetaria: taglia i tassi a 0-0,25% e vara un piano di acquisto di asset da 700 miliardi di dollari. La mossa della banca centrale guidata Jerome Powell, che contestualmente concorda misure a livello globale, ottiene nell’immediato l’effetto esattamente opposto a quello sperato: resisi conto che la situazione è davvero grave, i mercati cadono per l’ennesima volta.

FEBBRAIO, VIRUS SOTTOVALUTATO

Facciamo un passo indietro e torniamo alle analisi delle settimane precedenti. Mondher Bettaieb-Loriot, head of corporate bonds di Vontobel Asset Management, non potendo prevedere la portata dei provvedimenti governativi, il 22 febbraio scriveva che «le aziende italiane dovrebbero essere relativamente resistenti all’epidemia», aggiungendo che «l’attuale clima politico è anche più stabile, dando all’attuale governo di coalizione l’opportunità di affrontare questa temporanea emergenza sanitaria in modo trasparente».

Il 24 febbraio Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, invitava a «evitare assolutamente reazioni istintive e ragionare in ottica di controllo, gestione del rischio e di obiettivi di investimento». L’invito a non farsi prendere dal panico è stato ripetuto per settimane, a vari livelli, partendo dal governo. Al di là delle critiche alla gestione politica e sanitaria del Covid-19, è evidente che l’invito a evitare l’emotività e lasciarsi trasportare da scelte irrazionali si è scontrato con provvedimenti tardivi e pasticciati (e con errori clamorosi di comunicazione: da questo punto di vista, la vicenda costituisce una Caporetto), nonché con l’oggettività – restando sul piano finanziario – di mercati che sono entrati in modalità panic selling nonostante il coro di voci che spingeva in direzione opposta.

La fragilità psicologica dei mercati è stata dirompente e per certi versi sorprendente, perché paradossalmente le piazze finanziarie occidentali sono implose nel momento in cui dalla Cina e dall’Asia giungevano segnali positivi. Il 26 febbraio, infatti, Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity, pronosticava: il primo trimestre sarà molto negativo per le aziende asiatiche, ma il secondo trimestre «dovrebbe caratterizzarsi per un’attività industriale superiore alle aspettative, grazie alla domanda repressa nel primo trimestre. Misure fiscali, monetarie e il supporto governativo aiuteranno a sostenere la crescita». Zimmermann, d’altro canto, avvisava: «Chiaramente, una nuova emergenza dovuta alla liberalizzazione delle misure cinesi o a un’accelerazione forte dei casi in Europa e negli Usa metterebbe a rischio queste aspettative». Si è verificata la seconda ipotesi, purtroppo…

 

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