giovedì 19 set 2019
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Dalla A alla Z, la finanza italiana nel 2016

Dalla A alla Z, la finanza italiana nel 2016

 

ATLANTE

Prende il nome dal Titano che, nella mitologia, regge il peso della volta celeste. E non è un caso. Il fondo Atlante è stato creato ad aprile 2016 proprio per farsi carico del “peso” delle banche in difficoltà. Di seguito le informazioni principali sul fondo che ha monopolizzato le cronache finanziarie nel corso dell’anno.

Promotori: ideato e gestito da Quaestio Capital Management assieme alla Fondazione Cariplo

Scopi:

Atlante 1 —> garantire gli aumenti di capitale delle banche in difficoltà

Atlante 2 —> Rilevare i crediti in sofferenza degli istituti di credito

Dotazione iniziale:

 Atlante 1: 5 miliardi di euro

 Atlante 2: 1,7 miliardi di euro

Investitori: 67 Istituzioni finanziarie italiane ed estere, che includono banche, società di assicurazioni, Fondazioni bancarie e Cassa Depositi e Prestiti

Obiettivo finanziario del Fondo: rendimento circa del 6% per anno

Investimenti fatti: Atlante 1: Garante degli aumenti di capitale di Banca Popolare di Vicenza (per 1,5 miliardi) e di Veneto Banca (1 miliardo);

 

BANCHE

Sono state le “cenerentole” del 2016, oggetto di paure, incertezze, accuse e speculazioni sui mercati. Ma anche di matrimoni, come quello tra Banca Popolare di Milano e Banco Popolare. Il settore però è ancora troppo suscettibile alla volatilità dei mercati, tanto che in un anno, dal 7 dicembre 2015 al 5 dicembre 2016, l’indice dei titoli bancari alla Borsa di Milano ha perso circa oltre la metà del proprio valore, -50,48%. 

In particolare sono otto gli istituti sulla graticola: 

– Monte dei Paschi di Siena—> fallito l’aumento di capitale da 5 miliardi, ora per la banca sembra prevista una ricapitalizzazione precauzionale pubblica per oltre 8 miliardi di euro.

– UniCredit —>  in ballo ha deal per una ventina di miliardi, tra aumento sul mercato (tra 10 e 13 miliardi) e dismissioni di rami societari come Pekao e Pioneer.

– Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca —> entrambe in capo al fondo Atlante (si veda la A), sono a lavoro per una fusione in tempi brevi 

– Banca Carige —> con 18 miliardi di non performing loans in pancia, il gruppo dovrà presto attivarsi per cercare capitali sul mercato

– Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara —> le quattro banche “salvate” sono state messe in vendita a metà anno, ma ancora devono trovare un compratore.

 

CRISI D’IMPRESA

In questo 2016, la gestione della crisi d’impresa è stata oggetto di riforme specifiche e teatro per la nascita, o lo sviluppo, di operatori specifici. In particolare, il settore del restructuring sta vivendo una nuova fase. La spiega a Mag Federico Bonanni, partner di KPMG:

Come si è evoluto il settore in questi anni? «Dal 2008 a oggi siamo passati per tre ondate di ristrutturazioni. Fino al 2011, ad esempio, la tendenza era procedere alla ristrutturazione del debito in attesa la ripresa dell’economia». 

E poi? «Dal 2011 al 2015 c’è stata la fase di ‘ristrutturazione light’, in cui le risoluzioni adottate non erano ancora definitive. Negli ultimi due anni le ristrutturazioni sono invece diventate risolutive, anche grazie alla partecipazione di investitori specializzati e di banche interessate a risolvere i problemi delle sofferenze e degli incagli».

Cosa aspettarsi per il prossimo anno? «Con interventi di ristrutturazione risolutivi, il prossimo passo sarà l’aumento di operazioni distressed m&a».

 

DEBITO

Private Debt: 

Nel primo semestre 2016, gli operatori del settore hanno raccolto 358 milioni rispetto ai 274 dei primi sei mesi del 2015. Il comparto procede a rilento, ma sono tante le potenzialità. Stando a quanto rilevato da Aifi, dal 2013 il settore ha raccolto 1,2 miliardi di euro e il target previsto è di 5,5 miliardi. 

Debt Capital Market: 

Nonostante la volatilità dei mercati, il 2016 è stato teatro di importanti emissioni sia da parte di large corporate che di istituzioni finanziarie. Il valore complessivo dei bond rilevato da Mag è stato di oltre 15 miliardi di euro.

 

EXPORT

Al contrario della domanda domestica, l’export ha continuato a offrire un positivo contributo al Pil italiano, pari al 4,2% nel periodo 2010-2015. L’Italia resta un player importante all’estero su tutti i fronti. Nell’m&a ad esempio: nel primo trimestre di quest’anno il volume dello shopping cross border italiano è praticamente raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con 15 deal annunciati contro otto per un valore complessivo di 1,3 miliardi. 

 

FOOD 

Dal big deal Asahi-Peroni fino alla vendita delle caramelle Rossana, nel 2016 l’alimentare è stato uno dei settori in cui si è registrato più attivismo in ambito m&a:

85—> le operazioni completate solo nel primo semestre 2016

4,4 miliardi di euro —> il controvalore totale delle operazioni

17%  —> la quota di mercato del food sul totale dei volumi m&a nel periodo 

 

GENDER EQUALITY

I dati di quest’anno dimostrano che qualche passo è stato fatto verso la parità di genere nel mondo finanziario. Ma il percorso è lungo e l’andamento lento. Stando a una ricerca di Oliver Wyman, infatti, solo una donna su 10 è dirigente: mediamente, è donna il 30% dei quadri e il 13% dei dirigenti. Ma la percentuale delle professioniste presenti nei board è cresciuta del 21% dal 2003 al 2016.

 

HNWI

Cresce in Italia il numero dei super ricchi. Stando al World Wealth Report (WWR) di Capgemini, la ricchezza High Net Worth Individual (HNWI) mondiale ha raggiunto i 58.700 miliardi di dollari, mentre la popolazione HNWI è cresciuta del 4,9%, raggiungendo i 15,4 milioni di persone nel 2015. Si tratta di un’opportunità di business per le società di gestione patrimoniale. Ma come sfruttarla? Stando al report i primi tre servizi che gli HNWI si aspettano quando si tratta di scegliere una società di gestione patrimoniale sono la consulenza di investimento (47%), le competenze di pianificazione finanziaria (40%) e l’accesso agli investimenti (40%).

 

IMMOBILIARE

Tra compravendite, battaglie a colpi di opa e quotazioni – vedi Coima siiq – il mercato immobiliare italiano “prosegue il suo percorso di faticosa risalita”, riporta il terzo Osservatorio Immobiliare 2016 di Nomisma, “in un contesto si è fatto nuovamente incerto”. In particolare è tornato l’ interesse “per l’investimento immobiliare diretto che, nonostante la precarietà delle prospettive e le fragilità reddituali, rimane un pilastro dell’allocazione familiare nel nostro Paese”. 

 

LIQUIDITA’

Troppa, quella in circolazione. Soprattutto nelle banche. Stando all’ultimo report Mediobanca, nel 2015, forte della spinta impressa dal Quantitative easing della Bce, il sistema bancario italiano ha registrato liquidità per 20 miliardi (+24,2%), mentre i mezzi propri sono aumentati del 2,6%, a 225,5 miliardi. Il problema però è che questa liquidità non arriva alle imprese:  l’attivo tangibile è sceso dell’1%, a 2.663 miliardi, mentre i crediti alla clientela sono calati dell’1,1%, a 1.437 miliardi.

 

MEDIA IMPRESA

L’interesse da parte degli operatori della finanza verso il segmento mid cap c’era già negli anni passati, ma nel corso del 2016 la passione verso le pmi italiane si è consolidata. E le stesse aziende stanno – seppur lentamente – scoprendo forme di finanziamento alternative.

Parole chiave:

Aim—> Delle 15 Ipo di quest’anno, 11, comprese le Spac e l’investitore 4Aim Sicaf, sono state sul segmento dedicato alle medie imprese. Fra queste anche Smre, Vetrya ed Energica Motor Company.

Consulenza —> Giovani boutique si sono affermate nel segmento (come Scouting, CP Advisors e New Deal Advisors) e altre si consolidano. In partita anche le banche, che reclutano personale specializzato nel mid-market m&a, fra cui Mediobanca che ha chiamato Alberto Vigo da Vitale & Co., e altre che li cercano, come ad esempio Credit Suisse.  

Investitori —> Fondi di minibond, operatori di restructuring e turnaround, private equity, spac. Tanti, e innovativi, i player attivi nel comparto nati quest’anno. Qualche esempio? Ipo Club di Azimut ed Electa, Idea Credit Recovery di DeA Capital e HIG e Progetto MiniBond Italia di Zenit sgr.

Private equity —> Le aziende intorno ai 50 milioni di fatturato rappresentano il 70% dei target di investimento (75% nel primo semestre del 2015). In particolare, si tratta di medie aziende attive soprattutto nel comparto ICT – dove sono stati realizzati 27 deal (19% del totale) -, nel settore dei beni e servizi industriali –  23 operazioni (17%) -, nei servizi manifatturiero  – 20 deal (14%).

 

NON PERFORMING LOANS

L’exploit ci deve ancora essere… 

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