martedì 10 dic 2019
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L’economia del mare vale 3mila miliardi, ma è un business a rischio

L’economia del mare vale 3mila miliardi, ma è un business a rischio

Se gli oceani e i mari fossero una nazione, questa sarebbe la settima economia più grande al mondo con i suoi 3mila miliardi di valore complessivo.

Una ricchezza che però rischia di venire compromessa e non soltanto a causa del cambiamento climatico ma anche dalle conseguenze dell’attività delle singole imprese. Come valorizzare il potenziale degli ecosistemi marini e costieri creando nuove opportunità di business in maniera sostenibile? Alla domanda ha cercato di rispondere il primo progetto di ricerca Business for Ocean Sustainability realizzato da One Ocean Foundation in collaborazione con Sda Bocconi, McKinsey & Company e Csic (The Spanish National Research Council)

Il report ha coinvolto più di 220 aziende nazionali e internazionali, startup, associazioni e ong appartenenti a 13 settori industriali, per un fatturato totale di quasi mille miliardi (circa il 15% del pil italiano). Lo studio ha preso in esame le relazioni esistenti tra la sostenibilità degli oceani e l’economia con l’obiettivo di definire linee guida e best practice per le aziende circa le sfide della sostenibilità.

In particolare, oggetto di questa prima edizione è stato il mar Mediterraneo. Per dare qualche cifra, il nostro mare, se consideriamo i business a esso legati, genera un fatturato annuo pari a 386 miliardi, con 205 milioni di valore aggiunto lordo e circa 4,8 milioni di posti di lavoro. L’Italia genera il 37% del valore aggiunto complessivo del Mediterraneo.

Viene da sé che salvaguardarne l’ecosistema marino e costiero è anche un tema di business.
Il mare fornisce benefici insostituibili, spesso minati dalle pressioni, che in maniera diretta o indiretta, le imprese esercitano sugli ecosistemi marini. L’integrità dei fondali, delle acque e della biodiversità marina è messa a rischio dalla pesca a strascico, dallo sfruttamento delle risorse naturali e dall’inquinamento di agenti contaminanti scaricati o sversati accidentalmente nelle acque così come da metalli pesanti, plastiche e microplastiche. Come fare dunque?

Stando al report, un aiuto può arrivare dall’innovazione tecnologica. In particolare fonti di energia più pulita, nuovi materiali e tecnologie digitali, di automazione e di monitoraggio e controllo sono i tre cluster, individuati dalla ricerca, che insieme a reti e iniziative che riuniscono imprese e stakeholder riescono ad apportare i maggiori benefici in termini di riduzione dell’impatto ambientale.

La rubrica Follow the money è presente su MAG. Scarica l’ultimo numero cliccando qui.

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