lunedì 27 gen 2020
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Fire tocca i 20 miliardi di masse e punta al segmento early warning

Fire tocca i 20 miliardi di masse e punta al segmento early warning

Oltre i non performing loans (npl) e gli unlikely to pay (utp). Da quest’anno le banche dovranno sempre più dedicarsi a gestire il credito concesso fin dai primi early warnings, anche in virtù di una sempre maggiore pressione dei regulator verso il miglioramento della qualità degli attivi delle banche, con la nuova definizione di default e il calendar provisioning.

Ne è convinto Alberto Vigorelli (nella foto), ceo di Fire, servicer attivo sul mercato da 27 anni, per il quale a tendere “ci sarà sempre meno una classificazione tra npls, utp, past due ecc e più una dicotomia dei crediti: default e non default”. Per questo “le banche dovranno prepararsi” e se le grandi lo stanno già facendo, la maggiore difficoltà sarà per quelle medio-piccole, le quali “dovranno strutturarsi e organizzarsi affinché i clienti che manifestano i prime disagi creditizi siano gestiti immediatamente, fin dalla prima rata non pagata”.

È in questa nicchia di mercato che Fire intende puntare posizionandosi come servicer-partner delle banche di dimensioni ridotte incaricato della gestione in outsourcing dell’early warning per esposizioni  fino a 1 milione di euro di aziende con 5 milioni di fatturato (small business) e privati fino a 500mila euro. Parliamo di un mercato, solo quello dell’early warning, che per Vigorelli può valere fino a 70 miliardi e riguarda 5 milioni di aziende. “Per le banche gestire in anticipo questi crediti significa risparmiare almeno 5-6 punti percentuali sugli accantonamenti, stando alle direttive della Bce. Noi interveniamo in questa fase, preparando e gestendo il credito della banca, riportandolo in bonis o preparando un eventuale portafoglio per la vendita”.

In generale per il ceo “il 2020 del settore bancario sarà all’insegna di un forte bisogno di partnership a lungo termine e auspicabilmente sarà caratterizzato da un cambio di paradigma, che metterà al centro la gestione anticipata dei crediti in difficoltà per impedirne la transizione verso stati di classificazione peggiorativi e più costosi per le banche. In questa prospettiva il servicer non è più un costo da calcolare sul recuperato ma un partner grazie al quale si può arrivare a un risparmio sul costo del credito.”

Una specializzazione verticale, dunque, che per Vigorelli farà la differenza per Fire nel mercato dei servicer. A tal proposito, nella partita del consolidamento, Vigorelli si dice “aperto a ogni possibilità, a partire da quella che vede un grande servicer interessato ad acquisire una specializzazione come la nostra o a lavorare in partnership”.

A oggi Fire, che il prossimo mese presenterà al mercato il piano industriale 2020-2023, conta asset under management sopra quota 20 miliardi di euro, di cui 5 sofferenze e 15 tra performing e utp, 30 due diligence effettuate (per un controvalore contabile lordo di circa 5,5 miliardi di euro) e oltre 5 milioni di posizioni gestite (dei quali 4,5 milioni early warning). Il gruppo è attivo anche con la società Creset, ex controllata Creval, attraverso la quale la società si occupa di riscossione tributi per 260 comuni. Il gruppo conta mille dipendenti in Italia, in particolare a Messina, e un fatturato che supera i 48 milioni di euro.

Fra le operazioni recenti, il servicer ha partecipato quale special servicer, insieme a Prelios, all’operazione “POP NPL’s 2019”, la cartolarizzazione da 826,7 milioni, attraverso la quale 12 banche, di cui otto popolari, hanno ceduto le proprie sofferenze.

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