martedì 14 lug 2020
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Micropagamenti, la pandemia spinge la moneta elettronica

Micropagamenti, la pandemia spinge la moneta elettronica

Pagare il quotidiano o il caffè con una carta digitale. Un’utopia? Forse non più. La pandemia da Covid-19 – con tutte le conseguenze socio-economiche che si sta portando dietro – potrebbe avere varie code positive. Una di queste, indirettamente connessa al boom dell’e-commerce, sarà che pagare con moneta elettronica potrà diventare uno standard anche per quanto riguarda le piccole spese. Anche perché evitare di toccare banconote e monete, che conoscono tanti passaggi di mano, probabilmente diventerà la prassi per ragioni igieniche.

Mag ne ha parlato con Enrico Trovati (nella foto), director merchant solutions and services di Nexi, per capire cosa sta facendo la società che gestisce le transazioni finanziarie per colmare il gap culturale che, nell’Italia pre-pandemica, rendeva inscindibile il binomio piccola spesa-moneta fisica.
«Quello dei micropagamenti digitali è chiaramente un mercato sottosviluppato rispetto alla media europea – premette Trovati – pari a circa la metà». E se ci paragoniamo ai Paesi nordici il quadro è sconfortante. Certo, l’Italia è sottopenetrata sul fronte dei pagamenti digitali in generale, ma «siamo quasi allineati alla media europea nelle spese tra 100 e 200 euro», mentre la piccola spesa quotidiana (i proverbiali caffè e giornale) è territorio inesplorato dalle carte.
E ciò per diverse «concause che si autoalimentano». Tralasciando il tema dell’economia sommersa, del cosiddetto nero, le transazioni elettroniche sono frenate da alcuni pregiudizi. «La lentezza della rete di accettazione è superata», nota Trovati, non è più un tema. «C’è una percezione errata dei negozianti sui costi, che sono in percentuale sull’importo e non sono fissi», ovvero su un caffè la transazione costa un centesimo, non 50 centesimi come taluni pensano. «Dovremmo dirlo forte e chiaro: al barista il pagamento di un caffè con carta elettronica costa un centesimo».
Okay, obietterebbero i detrattori dei pagamenti digitali, però il contante al negoziante non costa nulla. «Non è vero – ribatte il manager di Nexi -. Diversi studi dimostrano che il contante ha dei costi, anche elevati. Innanzitutto, c’è una quota di monete e banconote false. In secondo luogo, tenere del contante in cassa espone alle attenzioni della criminalità. Quindi ci sono i rischi legati a problemi di conteggio, ovvero gli ammanchi di cassa. Infine, c’è un costo indotto legato alle modalità per trasferire il contante dall’esercizio commerciale alla banca, per esempio».
Insomma, si tratta di dare una spallata a questi pregiudizi culturali. Altri Paesi hanno dimostrato che si può fare. Trovati cita il caso di Londra, dove fino a cinque-sei anni fa l’utilizzo della moneta elettronica per i micropagamenti era bassissimo; poi si è cominciato a installare il lettore di carte di credito su tutti i tornelli della metropolitana (e non soltanto su uno, come a Milano…); e da lì è avvenuto il salto culturale, sino a ribaltare la situazione, ovvero ad arrivare ai negozianti che non accettano contanti.
Si può fare, dunque. L’attuale governo guidato da Giuseppe Conte si è mosso «nella direzione giusta», ma Trovati confessa che si sarebbe atteso qualcosa di più; e invece, il dibattito politico si è ridotto al pagamento elettronico obbligatorio come forma per uccidere il piccolo commerciante. Purtroppo, «in Italia senza sanzione certe barriere non si saltano. E la multa per il negoziante che non accetta il pagamento elettronico è a tutela del consumatore, non è vessatoria».
Gli stessi piccoli negozianti stanno arrivando spontaneamente a comprendere l’importanza dei pagamenti elettronici grazie (si fa per dire…) al Covid-19. «L’emergenza – racconta Trovati – ci ha portato un sacco di piccoli negozi di alimentari, che, dovendo fare le consegne a domicilio, hanno capito di avere bisogno di un pos in mobilità». Insomma, «lo stato di necessità sta sbloccando una mentalità, sta mettendo in moto i neuroni».
E così come gli osservatori ritengono che l’Italia, complice l’autoisolamento e il distanziamento sociale, abbia fatto un salto definitivo nella consuetudine agli acquisti online, allo stesso modo è facile pensare che negozianti e clienti non torneranno indietro rispetto al considerare normale un micropagamento in forma digitale. «C’è una coincidenza di obiettivi – sottolinea Trovati – il consumatore, visto che il distanziamento sociale sarà presumibilmente destinato a protrarsi a lungo, è cosciente del fatto che può comprare qualcosa senza stare in coda. Il negoziante si sta rendendo conto che la pedonalità sarà come minimo rallentata nel punto vendita; pertanto, è nel suo interesse prendere l’ordine o la prenotazione e consegnare a domicilio». Più in generale, se è vero che, quanto meno per un certo periodo di tempo, la vicinanza fisica tra le persone sarà sconsigliata (se non vietata), e comunque verrà percepita con disagio, è interesse del cliente e del negoziante velocizzare l’interazione e, di conseguenza, rendere quanto più snello possibile il processo di pagamento.
Nexi, nello specifico, ha messo in campo tre iniziative per aiutare commercianti e partite Iva: Pay By Link, per incassare a distanza anche senza sito e-commerce; Nexi Welcome, ovvero il mobile pos a canone zero; e nessuna commissione sulle transazioni inferiori ai 10 euro effettuate da commercianti con fatturati inferiori ai 400mila euro l’anno sino a fine 2020 («Ma vedremo se prorogarla»).

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