giovedì 28 mag 2020
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Riflessioni per la “fase 3”, la Ricostruzione

Riflessioni per la “fase 3”, la Ricostruzione

di Aldo Scaringella*

Dopo ogni guerra c’è sempre un dopoguerra. Non sappiamo quando terminerà questo tragico periodo della nostra vita. Sappiamo per certo che ne usciremo sconvolti. Con centinaia di migliaia di morti, con un’economia mondiale stravolta, con il rischio di molte più disuguaglianze sociali e un equilibrio democratico sempre più in bilico.

Abbiamo dunque il dovere di iniziare a pensare al dopoguerra. Occasione unica, per la nostra generazione, di ricostruire un mondo del quale fino ad ora volenti o nolenti siamo stati parte perché catapultati in esso dalle generazioni precedenti. Questo è il nostro dopoguerra.

La ricostruzione, perché di ricostruzione si tratterà, dovrà passare attraverso la condivisione di un’idea di Paese. Un’idea che non va smarrita dall’avvicendarsi delle maggioranze. Ci siamo abituati negli ultimi quasi 30 anni a scambiare l’avvicendarsi delle maggioranze come un cambiamento radicale delle fondamenta del sistema di convivenza civile.

Un Paese che si rispetti non può non tenere fermi alcuni punti fondamentali. Vorrei elencarli di seguito:

1.La Sanità. Affronto per primo questo argomento perché è quello con cui ci siamo confrontati dolorosamente nell’ultimo mese e mezzo. La salute è un diritto universale per tutti. E come tale deve essere pubblica e di competenza dello stato. Non può esserci uno stato che si definisca tale che offre servizi sanitari con standard diversi nelle proprie regioni. Ciò contraddice il diritto universale di ogni cittadino a uno stesso livello standard garantito per tutti. Mai come in questa emergenza sono emerse le differenze sostanziali nella gestione della sanità. Inoltre, una sanità pubblica centralizzata garantisce ottimizzazione di spesa, attraverso centri di acquisto unici. Mi si ribatterà parlando di efficienza gestionale e corruzione. Le scelte strategiche non si possono fare considerando le possibili derive patologiche di un sistema. Forse per evitare che ciò accada servirebbero regole più chiare e certe per una deterrenza più ferrea verso che non rispetta la legge.

2.Un Paese democratico e civile, con una storia culturale lunga e profonda come l’Italia, non può accettare un processo di polarizzazione sociale, culturale ed economico come quello in corso. Non è pensabile che ci sia sempre più differenza fra ricchi e poveri e sempre meno classe media. Un Paese democratico fonda la sua stabilità sulla consapevolezza culturale dei propri cittadini e sulle condizioni economiche positive della propria classe media. Avere classe media significa avere più sicurezza sociale, più cultura, più consumi e più economia. Avere polarizzazione porta ad avere più problemi di natura sociale, maggiore scontro di classe, minore capacità di spesa diffusa, situazione economica negativa a livello di sistema. Centrale per evitare il processo di polarizzazione è un percorso di istruzione della popolazione che punti alla qualità e all’eccellenza. Scuole e università pubbliche avanzate sono fucina di una società democratica, culturalmente effervescente ed economicamente sana e produttiva.

3.Una classe dirigente e politica che lavori sulla visione del Paese. Non ci si può più affidare a utili idioti, anche perché gli idioti non sono mai utili. Nella stragrande maggioranza dei casi, le eccellenze si concentrano oggi nelle attività produttive. La politica è lasciata a chi, non avendo di meglio da fare, pensa che la politica sia la propria opportunità di riscatto sociale ed economico. Non funziona così, purtroppo per noi cittadini e purtroppo per i politici mediocri. Bisogna lavorare a un obiettivo comune concreto di formazione e selezione delle classi politiche. Non si possono cambiare le leggi elettorali ogni cinque anni motivandone la variazione dietro a pseudo ragioni di governabilità. Non sono i sistemi elettorali che fanno la governabilità. I sistemi elettorali servono a garantire la rappresentanza, che può essere proporzionale o maggioritaria. Bisogna lavorare su un sistema di cicli economici e di sviluppo del Paese a medio e lungo termine con visioni geopolitiche complesse. Basta ai piccoli giochetti di potere fra interpreti mediocri dell’arte della politica. Mai come in questa fase bisogna ricercare statisti. E dubito che fra le tante eccellenze che il Paese è in grado di produrre, non ci siano possibili eccellenze politiche.

4.La nostra generazione è nata europea. Poi ha vissuto il passaggio all’Euro. Oggi abbiamo il dovere di ragionare da cittadini europei e di spingere verso una reale integrazione politica, giuridica ed economica dell’Europa. Essere Europa oggi conviene a tutti gli stati europei. È l’unico modo per non finire schiacciati dalle dinamiche geopolitiche che coinvolgono USA, Russia e Cina. È l’unico modo per dare un equilibrio ad un mondo che, dopo la caduta dei muri, non ha ancora ritrovato una sua stabilità. Solo un’Europa forte e unita può dare con la sua storia culturale, con la sua capacità di difendere i diritti, con la sua identità universale, un’opportunità concreta di stabilizzazione degli equilibri geopolitici attuali. Essere europei oggi conviene a tutti perché è un’opzione win-win.

Spero queste mie riflessioni possano essere un piccolo seme nella generazione di un dibattito positivo sulla prossima “fase 3”, quella della ricostruzione.

*managing director Lc Publishing Group

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