Private equity motore dell’internazionalizzazione delle imprese. Lo rileva una ricerca di Aifi e Gpbl
I fondi di private equity stimolano le aziende a una maggiore internazionalizzazione. Lo rileva una ricerca realizzata da Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt), in collaborazione con lo studio Gatti Pavesi Bianchi Ludovici (Gpbl), presentata ieri sera a Milano da Anna Gervasoni, direttrice generale di Aifi.
I DATI DELLA RICERCA
Secondo lo studio, i fondi di private equity prediligono le aziende già internazionalizzate, perché sono già managerializzate, ma una volta entrati nel capitale, chiedono alle partecipate di rafforzare la loro presenza internazionale. Prima dell’ingresso del fondo, infatti, il 75% delle società aveva già una presenza all’estero, ma nel 95% dei casi queste aziende hanno ulteriormente aumentato la presenza internazionale durante l’holding period. Tra quelle non presenti all’estero al momento dell’investimento, il 59% ha avviato nuovi processi di internazionalizzazione. Complessivamente, analizzando tutte le società del campione, il private equity ha avuto un impatto positivo sui percorsi di internazionalizzazione nell’86% dei casi.

Durante l’holding period, in 86% dei casi le imprese hanno aumentato la loro presenza all’estero. E quando il fondo disinveste, il fatturato estero è passato dal 48% pre-ingresso al 53% e nel 69% dei casi la quota di fatturato estero sul totale è aumentata. Le motivazioni dell’ingresso all’estero sono le interessanti prospettive di crescita (86% degli intervistati) e i buoni risultati di vendita ottenuti in precedenza (49%).

Le tipiche modalità di ingresso all’estero sono: ricerca e contrattualizzazione di agenti (56%); ricerca e contatto di nuovi clienti potenziali (54%); acquisizione di aziende sul territorio (49%). Il private equity nel processo di internazionalizzazione offre un supporto attivo nel 64% dei casi, tramite: identificazione nuove opportunità di mercato (64%); risorse manageriali o advisor con esperienza nei mercati di riferimento (61%); supporto nella due diligence estera (45%).

Durante l’holding period, la maggior parte delle acquisizioni sono effettuate in Stati Uniti, India, Oceania, Europa. Le risorse usate per le acquisizioni nel 43% dei casi sono già a disposizione; nel 33% dei casi si ricorre ad aumento di capitale e in restanti casi compra il fondo oppure a un mix di aumento di capitale e acquisizioni.
Le criticità post-integrazione più frequenti, infine, riguardano l’organizzazione e la gestione del personale (29%), la realizzazione di sinergie (20%), l’integrazione culturale (16%), l’adattamento del top management (14%), l’integrazione tecnologica (13%), il rischio di distogliere l’attenzione dal core business (12%) e la reazione dei clienti (2%).
L’IMPATTO DEI DAZI SULL’EXPORT DELLE PMI ITALIANE
Per quanto concerne l’impatto dei dazi Usa, sarà lieve o nullo per il 64% degli operatori. Sul tema Paolo Melone, responsabile sviluppo estero e internazionalizzazione imprese della divisione banca dei territori di Intesa Sanpaolo, ha spiegato che in Italia oltre la metà dell’export è riconducibile alle pmi secondo i dati di Eurostat. Nonostante i dazi, l’export italiano sta tenendo, dicono i dati dell’Istat. Tuttavia, oltre ai dazi, anche il tasso di cambio euro / dollaro gioca a sfavore delle pmi italiane.
Da un’indagine interna di Intesa Sanpaolo sui clienti, emerge che l’export a dicembre 2024 era più verso Stati Uniti e Canada che verso Europa, nel maggio-giugno 2025 la situazione si è ribaltata, ha fatto notare Melone nel suo intervento, ricordando che nell’ultimo anno le pmi italiane stanno facendo richieste per espandersi negli Stati Uniti, in Emirati Arabi e Arabia Saudita.

I COMMENTI
“L’internazionalizzazione è un motore fondamentale della crescita delle imprese italiane, e il private equity svolge un ruolo determinante nel facilitarne l’accesso ai mercati globali. I dati mostrano
chiaramente come l’intervento dei fondi non sia solo finanziario ma strategico, grazie al supporto manageriale, alla capacità di individuare opportunità e alla costruzione di connessioni internazionali”, ha dichiarato Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi.
Stefano Ghetti, senior partner di Wise Equity sgr, ha commentato: ” Il rapporto con il management positivo ci ha portati a investire in Fimo. E le banche sono state fondamentali per finanziare la metà delle operazioni di acquisizione. Il buy & build rivolto all’estero fa parte della strategia del nostro fondo. Con la nostra partecipata Fimo abbiamo deciso fin da subito i due mercati esteri dove condurre le acquisizioni, visto che l’Europa era già presidiata. Abbiamo poi effettuato le operazioni nel 2020-2023″.
Andrea Giardino, equity partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, ha spiegato: “Lo studio legale advisor di una acquisizione deve fare una operazione di mediazione culturale e spiegare le attitudini negoziali nei diversi paesi. Ad esempio, la negoziazione di un operatore asiatico è molto diversa da quella con un americano. Anche se il cuore del contratto di acquisizione è comunque costituito sempre dagli stessi elementi, di matrice anglosassone. Nelle acquisizioni estere è essenziale che lo studio legale individui nel suo network un consulente locale cui appoggiarsi e che conduca un sanity check su di esso. A seconda delle giurisdizioni, la regia dell’operazione può essere in mano a uno studio estero o italiano”.