sabato 25 mag 2019
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Banche digitali in crescita, calano quelle tradizionali. Lo studio di PwC

Banche digitali in crescita, calano quelle tradizionali. Lo studio di PwC

La rivoluzione tecnologica e la crisi economica degli ultimi anni hanno contribuito a un cambio di paradigma per quanto riguarda gli istituti di credito e il mercato dei servizi finanziari, sempre più digitali e meno affidati a strutture “fisiche”. Da questa affermazione prende le mosse la ricerca sulle banche digitali in Italia promossa e pubblicata da PwC.

Secondo lo studio, il numero di banche è diminuito del 24% nel quinquennio 2012-2017 (da 706 a 538 in valori assoluti); da tenere presente anche che otto istituzioni molto note (con un totale di circa 120 miliardi di euro di attività e 1.900 filiali) sono state sottoposte, negli ultimi 12-18 mesi, a risoluzione o al processo di ristrutturazione o fusione con gruppi bancari di maggiore entità. Le filiali bancarie sono diminuite del 17% rispetto al 2012 (da 32.881 a 27.374), mentre è cresciuto il numero di clienti attivi sui canali digitali sono (19 milioni). A seguito di questo, il numero di società finanziarie si è ridotto da 530 a circa 150.

In generale, possiamo dire che ad oggi i gruppi bancari tradizionali condividono l’arena della finanza specializzata con altri giocatori specializzati. In particolare, l’Italia conta circa 100 società finanziarie indipendenti da gruppi bancari tradizionali e attivi principalmente nella finanza di consumo, leasing e factoring e acquisti di crediti deteriorati.

PRESTITI E CREDITO AL CONSUMO

I prestiti tradizionali stanno perdendo terreno a favore della finanza specializzata. Oltre alle aree di finanza specialistica ampiamente conosciute (come finanza al consumo, leasing e factoring), i nuovi prodotti specializzati stanno “attaccando” le aree di business dei giocatori più tradizionali.

Per quanto riguarda i prestiti delle banche e degli intermediari italiani, a dicembre 2018 hanno superato un ammontare di 1,7 mila miliardi di euro, escludendo le sofferenze. Oltre 250 miliardi di euro (circa il 15% del totale) sono rappresentati da prodotti specialistici come credito al consumo, leasing e factoring. Ma, anche all’interno di prodotti tradizionali, come conti correnti, scoperti di conto corrente, finanziamenti a medio-lungo termine, vi è spazio per prodotti alternativi (ad esempio prestiti agevolati, rifinanziamento di prestiti pre-Utp, finanziamenti a pmi), spazio sostenuto da una domanda crescente.

CREDITI DETERIORATI

Uno dei terreni più fertili della finanza del nuovo millennio sono i crediti non-performing. Il valore dei mutui in sofferenza lorda italiana è pari a oltre i 290 miliardi di euro (a dicembre 2018), di questi solo il 36% è ancora sui libri delle banche tradizionali. Circa 190 miliardi di npl sono di proprietà di investitori o di banche; ma, sulla base del passaggio dalle banche agli investitori, la gestione dei bad loans si è spostata verso gli operatori specializzati, che al tempo stesso hanno valorizzato il loro ruolo nella gestione delle sofferenze ancora in portafoglio: PwC stima oltre 240 miliardi di crediti inesigibili oggi gestita da operatori specializzati (compresi anche 50 miliardi di euro di prestiti in sofferenza bancaria).

LA PICCOLA E MEDIA IMPRESA

Un altro campo di sviluppo dei nuovi operatori della finanza riguarda l’accesso al credito per le piccole e medie imprese (pmi), anche se nell’ultimo decennio questo è stato un argomento marginale all’interno della rivoluzione finanziaria che ha sconvolto i modelli bancari tradizionali. Le pmi sono state servite soprattutto dalle banche, che però non hanno saputo fornire le risposte adeguate. Per questo i player del fintech stanno occupando anche questo campo.

Come tutti sanno, le pmi italiane costituiscono la spina dorsale economica della nazione: a partire dal 2017 il loro numero è cresciuto fino a 148.500 (l’83% riguarda le aziende di piccole dimensioni e il 17% di medie dimensioni). Impiegano oltre quattro milioni di lavoratori e generano un fatturato di 886 miliardi di euro (con un valore aggiunto di 212 miliardi di euro, circa il 12,6% del Pil totale).

La loro crescita è stata un modello chiave per il 2018: le dimensioni delle pmi sono aumentate del 2,9% (sviluppando quasi tre mila nuove imprese). Questa tendenza ha mostrato tratti salutari: implementando la finanza sostenibile e registrando crescenti tassi di investimento.

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