Corre il venture capital e questo è il modello Doorway

Da 165 a 780 milioni di euro in soli cinque anni. Il recente report di BeBeez per P101 Sgr fotografa il momento d’oro del venture capital (vc) in Italia, che inizia a essere visto come una asset interessante per gli investitori del nostro Paese: dal retail al family office. Anche le operazioni hanno avuto un balzo, passando dalle 244 del 2019 (con un investimento di 605 milioni) alle 306 del 2020 (per un totale di 780,5 milioni).

Si tratta di un trend internazionale, con oltre 300 miliardi di dollari investiti a livello mondiale ma, dato ancora più interessante, 391 miliardi disinvestiti grazie alle exit.

In questo scenario si inserisce l’attivitò di Doorway piattaforma di equity investing nata nel 2019 e guidata dalla ceo Antonella Grassigli che a MAG dice: «Al momento i settori di maggiore interesse includono Life Science, Fintech, industrial AI, Fashion e Food, letti però attraverso la lente dell’Impact Economy e della sostenibilità»

 

I dati ci raccontano un 2020 molto vivace per il venture capital. Come legge questo momento?

L’Italia resta sempre un fanalino di coda tra le nazioni più industrializzate, ma ci sono alcuni segnali incoraggianti: da un lato il forte e costante sviluppo dell’equity-crowdfunding, non solo in chiave di raccolta totale ma di profilo degli investitori. Come ha rilevato la ricerca di CFA society Italy che abbiamo presentato a una nostra tavola rotonda, dopo anni di abbassamento del ticket medio dovuto alla democratizzazione di questo strumento, l’anno scorso il trend si è invertito, segno che iniziano sempre più a entrare investitori qualificati, professionali e istituzionali; dall’altro il fatto che l’Italia inizia a entrare nel mirino del vc internazionale, grazie anche a grandi operazioni come Satispay e Casavo che hanno fatto comprendere la qualità delle startup e delle scale up italiane.

Per Doorway come vanno le cose?
Nel 2020, nonostante la pandemia, abbiamo potuto verificare questa tendenza anche con le nostre raccolte, il 100% delle quali si è chiuso con successo e, nella stragrande maggioranza dei casi, in overfunding. Data il nostro posizionamento di Società Benefit, si è trattato di raccolte con un  elevato impact factor. Penso alle biotech PEP Therapy o Aortic Lab, a Vitesy, attiva nel settore della sanificazione dell’aria, o a ACBC e Renoon con le proposte per rendere la moda più sostenibile, a Deliveristo nell’ambito del foodtech solo per citarne alcune. Alcune di queste hanno già fatto un salto importante verso la exit attraverso l’ingresso di fondi di vc nel loro capitale. Con le nuove raccolte, penso a Morsy e a Deesup, una attiva nell’ambito della digitalizzazione delle mense e l’altra nell’economia circolare del riutilizzo di oggetti di design originali, proseguiamo su questa strada in quanto siamo convinti che la sostenibilità e l’aderenza ai criteri ESG possano generare multipli più interessanti per gli investitori.

Il vostro business model ha delle peculiarità notevoli: ce le racconta?
La mission di Doorway è quella di favorire l’investimento di capitali privati nell’economia reale. L’esperienza di questi oltre due anni dalla costituzione della nostra piattaforma di equity investing ci conferma nella scelta iniziale di puntare su alcuni fattori che riteniamo fondamentali perché l’operazione di raccolta possa avere successo e remunerare gli investitori.

Quali?
In primo luogo, un focus sulla fase di selezione e di validazione del business model delle start up che si propongono a noi. Si tratta di investimenti a rischio elevato e dobbiamo essere molto attenti a selezionare le imprese con reali prospettive di successo. Per fare questo abbiamo messo a punto un processo molto rigoroso, tanto che solo il 2-3% dei deck che riceviamo arriva in raccolta, che coinvolge il nostro team interno, esperti di settore esterni e, soprattutto, una due diligence completa sviluppata da primarie società di revisione internazionali. Un percorso articolato che ha l’obiettivo di ridurre i rischi per gli investitori e definire una valutazione pre-money equilibrata.

Poi?
Un secondo fattore è la governance della startup. È necessario mantenere un controllo per aver peso nelle decisioni strategiche. In questo senso il nostro modello prevede la costituzione di una società veicolo che raccoglie i capitali dai vari soggetti finanziatori i quali, facendo massa critica, possono pretendere di avere un proprio rappresentante nel Cda dell’azienda finanziata. In genere ciò avviene attraverso il nostro Champion Investor, che è l’amministratore del veicolo e un esperto del settore, e fa da cerniera tra startupper e investitori garantendo, da un lato, la creazione del valore attraverso l’affiancamento continuo ai founder e, dall’altro, tempestività e completezza delle informazioni agli investitori sull’andamento aziendale. La trasparenza e la continuità dell’informazione è, infatti,  il terzo fattore decisivo, soprattutto dopo la fase di raccolta.

Che tipo di sostegno serve a chi decide di fare impresa in questo momento in Italia?
Sicuramente lo sviluppo di un sistema di Finanza Alternativa è fondamentale. In questo senso l’impegno di Cassa Depositi e Prestiti è fondamentale per segnare il passo e garantire lo sviluppo di un ecosistema sempre più allargato. A questo si aggiunge il crescente interesse dei fondi internazionali di vc cui accennavo prima.

Sul piano normativo?
A livello normativo il sistema di incentivi fiscali, così come le nuove regole sui PIR alternativi possono fornire una forte spinta all’investimento sia della clientela retail, sia di quella professionale (e dei loro clienti). Va in questo senso anche il nuovo Regolamento Europeo, che aprirà, a startup e investitori, mercati sempre più vasti.

Si può fare di più?
Un ultimo passo normativo, che ancora manca, dovrebbe riguardare l’agevolazione alle exit. Non dimentichiamo, infatti, che chi investe in startup e PMI innovative, lo fa guardando alle possibilità di guadagno realizzabili al momento del disinvestimento. Se per una clientela retail l’inventivo fiscale immediato può essere rilevante, per chi investe con un’ottica più professionale è sicuramente più allettante poter contare su multipli più elevati alla exit, anche attraverso la creazione di un sistema che permetta di assorbire queste uscite.

La possibilità di mettere in piedi un business internazionalizzabile quanto conta nella capacità di attirare capitali?

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