Ecco le determinanti del valore di una pmi. Lo studio di DeepTree

Il metodo più diffuso per stimare il valore di un’azienda è il multiplo dell’ebitda, il numero per cui viene moltiplicato il margine operativo lordo e che tradizionalmente viene calcolato in base al settore di appartenenza, con una media che si attesta tra 7,5 e 9 volte. Uno studio di DeepTree evidenzia tuttavia che, a parità di ricavi e settore, due aziende possono arrivare a valere fino a quattro volte l’una rispetto all’altra.

Il primo dato riguarda il divario geografico: rispetto alle società quotate europee dello stesso comparto, le pmi italiane passano di mano con uno sconto medio del 10% sul multiplo. La distanza varia però molto da settore a settore: nel software i deal italiani si chiudono mediamente a 8,9 volte l’ebitda contro le 18,8 volte delle quotate europee, mentre in comparti come energia, utilities e materiali il divario si riduce quasi ad azzerarsi.

Il peso del compratore sulla valutazione finale

Secondo i dati raccolti, l’identità dell’acquirente incide in modo significativo sul prezzo finale. I fondi di private equity, che acquisiscono imprese con l’obiettivo di rivenderle dopo alcuni anni, pagano in media il 19% in più rispetto a un compratore industriale; una parte della differenza dipende dal fatto che i fondi tendono a selezionare aziende più grandi e più internazionali, ma anche a parità di settore e dimensione resta una maggiorazione del 13%. Anche gli acquirenti stranieri pagano di più rispetto a quelli italiani, con un premio del 13%, poiché per loro comprare in Italia risulta spesso più economico che farlo nel proprio paese di origine.

Le caratteristiche del business che fanno la differenza

Dal lato di chi vende, l’identità del proprietario pesa poco, mentre a incidere maggiormente sono le caratteristiche operative dell’azienda. La vendita diretta ai consumatori porta a un valore circa il 14% più alto, e sono premiate anche la presenza sui mercati internazionali, le acquisizioni già realizzate e una crescita sostenuta.

Lo studio rileva inoltre un dato controintuitivo: più un’azienda è indebitata rispetto a quanto guadagna, più alto risulta il valore complessivo che le viene riconosciuto, un fenomeno che potrebbe dipendere dal fatto che il debito venga trattato come elemento della negoziazione anziché sottratto automaticamente dal prezzo, oppure dal fatto che la capacità di ottenere finanziamenti rappresenti già un segnale di solidità per l’impresa.

Al contrario, sono penalizzate le aziende che producono per conto di altri marchi, con una riduzione del 13% sul multiplo, e quelle che crescono eccessivamente rispetto alle dimensioni medie del proprio settore, con un calo del 3%. Sul fronte dei criteri ESG lo studio non rileva differenze significative, mentre i tassi di interesse possono ridurre il multiplo di circa il 3-4% per ogni punto percentuale di aumento.

Il commento

Lorenzo Ferretti, cofondatore di DeepTree, ha commentato: “Dalle informazioni mappate sull’attività di M&A in Italia e sui multipli di transazione, ci siamo chiesti cosa potesse emergere da una loro analisi aggregata, infatti, pur sapendo che il multiplo di un’azienda dipende in larga misura dal settore in cui opera, abbiamo voluto indagare a fondo quali siano gli altri elementi lo influenzino. Da questa premessa sono scaturite le riflessioni al centro dello studio, grazie alle quali abbiamo costruito un quadro più completo sui driver che determinano il multiplo finale”.

Axel Indigo

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