martedì 21 nov 2017
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La versione di Hat Orizzonte

La versione di Hat Orizzonte

L’obiettivo è quello di creare «un’unica piattaforma per gli investimenti alternativi» perché «è a questo tipo di business che la maggior parte degli investitori e i gestori più tradizionali, visti i bassi rendimenti offerti dal mercato dei capitali, stanno iniziando a guardare», spiega a MAG Ignazio Castiglioni (nella foto), amministratore delegato di Hat Orizzonte (ex Hat sicaf).

È partendo da questa considerazione, e con la volontà di fare aggregazioni – «oggi nel private equity c’è una sempre maggiore competizione e gli operatori piccoli fanno fatica a stare sul mercato», osserva – che a inizio anno l’ad, assieme al presidente dell’allora Hat sicaf Nino Attanasio, ha deciso di acquistare il 70% del capitale di Orizzonte sgr da Tecno Holding, holding finanziaria partecipata da Camere di Commercio, società del Sistema Camerale, l’Unione Nazionale e l’Unione Regionale Emilia Romagna, che ha mantenuto il 30% della società di gestione. Con il nome di Hat Orizzonte, oggi il gruppo conta 400 milioni di euro di asset in gestione e anche partecipazioni in società come Sia, Braccialini, Preziosi Food, Gpi e Wiit.

Dall’integrazione a fine marzo, la sgr, con un team di 14 professionisti, ha inoltre perfezionato alcune operazioni come ad esempio l’acquisizione di Primat, società attiva in Italia nel campo dei trattamenti anti-corrosione di viti, bulloni e fastners usati in diversi settori, in particolare in quello automotive, da Wise sgr e la cessione del 19% di Lutech a Laserline.

Per Castiglioni, ciò che differenzia la loro società sul mercato è la specializzazione. A livello generale, il gruppo opera attraverso quattro strategie di investimento (infrastrutture, venture capital, private equity e private debt) e cinque fondi con target specifici: il fondo Ict e il fondo infrastrutture, rispettivamente da 50 e 130 milioni di euro, completamente investiti, HAT Sicaf, che dopo aver raccolto 42 milioni è investito all’80% un fondo da 80 milioni per le pmi e infine il secondo fondo Ict. Inoltre Hat Orizzonte è advisor di un fondo di private debt inglese, ma l’idea è gestire direttamente un fondo di private debt dedicato al mercato italiano a partire dal 2018. Obiettivo finale, spiega Castiglioni, «è superare la soglia dei 500 milioni entro due o tre anni».

 

In cloud
Ciò che ora impegna di più il team in questo momento è la raccolta per il fondo Ict 2, lanciato nel luglio scorso e dedicato a tecnologia e innovazione. Il veicolo, spiega Carlo Gotta, «investirà prevalentemente in operazioni di minoranza qualificata – expansion – in piccole e medie imprese italiane già attive nel settore tech e digitale e con capacità di crescita sia interna che esterna». Il target di raccolta è di 100 milioni, con una base di soft commitment già di 30 milioni, e se tutto va secondo i piani un primo closing dovrebbe essere lanciato già a settembre, per «avviare l’operatività del fondo già a partire dal secondo semestre dell’anno», aggiunge Gotta.

Una tempistica che riflette la sicurezza dei gestori verso le potenzialità del fondo, giustificata in parte dall’esperienza del precedente veicolo Ict, «il primo in Italia con questo focus», specifica Gotta, «in cui abbiamo portato a casa rendimenti di oltre il 20% e risultati significativi, con due società quotate (Gpi e Wiit ndr), una venduta, un buy back e due ancora in gestione», ma soprattutto dalle potenzialità del settore: «L’area dell’innovazione tecnologica e informatica, la cosiddetta Industria 4.0, che in Italia è sottocapitalizzata, vede la presenza di imprese in forte crescita, desiderose di internazionalizzarsi e con molta potenzialità, in particolare per ciò che riguarda il cloud e la gestione dei dati da remoto». Inoltre è un settore «trasversale» perché «offre servizi per tante altre industry, dal food alla sanità, portando innovazione nei processi produttivi». Rispetto al primo fondo, che aveva un target di 50 milioni, quest’ultimo «ci consente di diversificare il portafoglio e puntare a investimenti da 10-12 milioni l’uno», specifica Castiglioni.

 

Fondi come boutique
Dietro al lancio di questo secondo fondo c’è una strategia ben precisa e una chiara idea di come, secondo Castiglioni, si dovrebbe affrontare sul mercato del private equity: «Per le realtà di piccole e medie dimensioni come la nostra oggi non è possibile essere generalisti perché il mercato è già presidio di grandi operatori con importanti possibilità di investimento con i quali non è possibile competere». La soluzione è dunque…

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