domenica 27 set 2020
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Private banking, Covid-19 accelera la trasformazione. Il report di McKinsey

Private banking, Covid-19 accelera la trasformazione. Il report di McKinsey

Il private banking non verrà ucciso dal Covid-19; anzi, la pandemia sta provocando un’accelerazione dei cambiamenti necessari per rilanciare un comparto che l’anno scorso ha toccato i minimi dal 2008 in termini di margini di profitto.

Sono le principali evidenze del report di McKinsey dal titolo The future of private banking in Europe: Preparing for accelerated change, che analizza l’andamento del private banking in Europa nel 2019 e nel primo trimestre di quest’anno.

Secondo lo studio, la pandemia ha rafforzato i cambiamenti già in atto nelle aspettative dei clienti e dei dipendenti, che, uniti alle pressioni storiche preesistenti nel settore, richiedono un’accelerazione nel processo di trasformazione.

Partiamo dal 2019, anno che ha visto la conferma del trend decennale di compressione dei margini di profitto e dei ricavi, aumento dei costi più rapido dei ricavi e crescita del rapporto costi/ricavi. L’incremento delle masse in gestione, conseguenza dell’andamento positivo dei mercati finanziari, dunque, non si è tradotto in una crescita dei profitti; al contrario, gli utili del private banking in Europa occidentale sono scesi dell’1,5%, a 13,3 miliardi, e il margine di profitto aggregato è sceso al minimo degli ultimi dodici anni, a 21 punti base in rapporto agli asset under management. Il margine di profitto era pari a 22 punti base nel 2018 e a 35 punti base nel 2007. In sostanza, il comparto ha visto i margini di profitto erodersi anno dopo anno dopo la crisi finanziaria del 2008.

La raccolta complessiva degli asset under management l’anno scorso è aumentata del 10% e quella netta del 2%. Tra il 2015 e il 2019, i nuovi flussi in entrata sono stati positivi ma relativamente bassi, con una media del 2,5% dell’Aum rispetto alla media del 5,8% realizzata tra 2004 e 2008.

Calo inesorabile anche per i margini di ricavi, scivolati nel 2019 a 73 punti base in rapporto all’Aum, livello minimo dal 2008 (erano pari a 96 punti base nel 2007). Nel 2019 i costi complessivi hanno continuato a crescere in linea con i ricavi, ma i margini di costo sono  scesi a 52 da 53 punti base dell’anno precedente. Questa incapacità di controllare i costi nonostante la pressione sui ricavi, sottolinea Mckinsey, ha portato il rapporto costi/ricavi al 71%, un punto percentuale in più rispetto al 2018 e massimo dal 2012.

Le società con dimensioni superiori hanno difeso meglio i margini di profitto rispetto ai competitori più piccoli. I booking center con Aum inferiori a 30 miliardi hanno registrato un rapporto cost/income in media del 99%, più del doppio rispetto ai gruppi di maggiori dimensioni. Il rapporto di costo più basso delle strutture di private banking delle banche universali onshore (cost/income al 53%) le rende le più redditizie, mentre le banche private indipendenti onshore hanno continuato a registrare i flussi netti e i margini di guadagno più elevati.

Il primo trimestre di quest’anno, segnato ovviamente dalla diffusione su scala globale del coronavirus Covid-19, ha visto gli Aum scendere del 10% e una conseguente contrazione dei margini. I profitti, però, hanno beneficiato dell’impennata dell’attività di trading, salendo del 7%, a 14 miliardi di euro, pari a 23 punti base. I ricavi aggregati sono aumentati del 3%, a 47 miliardi, con un margine di 76 punti base;  i costi sono aumentati del 2%, a 33 miliardi.

Le società di private banking, nel primo trimestre, hanno registrato un aumento dei ricavi da intermediazione (+4%) che ha mascherato il trend storico di calo delle entrate da mandati di investimento (-2%) e da attività bancaria (-1%). Di fatto, la caduta dei mercati azionari tra febbraio e marzo ha indotto i clienti del private banking a spostare il 3% degli asset totali dall’equity alla liquidità, uno shift che ha consentito alle società di intermediazione di guadagnare nel breve termine ma che potrebbe tradursi nel lungo termine in una diminuzione delle entrate da mandati di investimento.

Per quanto riguarda i prossimi tre-sei mesi, il report di McKinsey indica che i professionisti intervistati si focalizzeranno su una valutazione generale dei portafogli di prodotti e degli investimenti tecnologici, sulla riduzione dei costi di contingenza e sullo sviluppo di nuovi prodotti.

Se le azioni di cui sopra sono ragionevoli nel breve termine, in un’ottica di strategia di ampio respiro il report indica tre sfide: le pressioni sui ricavi e sui profitti derivanti dalle incertezze causate dalla pandemia; l’accelerazione della domanda di servizi digitali da parte dei clienti; il passaggio al lavoro a distanza. Per far fronte a queste sfide, sottolinea McKinsey, le banche private europee devono rapidamente ripensare il servizio offerto ai clienti e fornire loro un’esperienza unica grazie alla tecnologia; riconfigurare il modello operativo; e introdurre uno scopo sociale nelle scelte di business.

In conclusione, la crisi economico-finanziaria causata dal Covid-19 sta impattando duramente su un comparto che già soffriva di una contrazione di ricavi e margini da oltre un decennio. La risposta delle società attive nel private banking non può che essere accelerare la trasformazione, ponendosi obiettivi chiari e azzerando la base di costi per creare spazio agli investimenti in nuove competenze e tecnologie digitali. A tutto ciò, conclude McKinsey, deve accompagnarsi l’instaurazione di una cultura del miglioramento continuo e una struttura flessibile per affrontare le incognite legate allo sviluppo dell’attuale crisi.

CLICCA QUI PER LEGGERE IL REPORT INTEGRALE

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