Private equity in accelerazione in Italia. Lo certifica Bain & Company
In Italia il private equity ha registrato un’accelerazione significativa, con un aumento del 25% nel numero di deal rispetto all’anno precedente – anche se la crescita è stata guidata da operazioni di lower mid-market (con un ebitda inferiore ai 10 milioni di euro) – mentre sulle operazioni di maggiore dimensione c’è stata una contrazione. Lo certifica il diciassettesimo Global Private Equity Report di Bain & Company, presentato oggi a Milano.
L’Italia rimane un mercato attrattivo per il private equity, sebbene sia competitivo. Si tratta di un mercato meno turbolento di altri, considerato meno rischioso e con tessuto industriale di qualità. In termini settoriali, continuano alcuni trend già evidenti negli ultimi anni: il mondo Tech (Software e IT Services) ed Healthcare rimangono in forte aumento, crescono significativamente anche Energy e Natural Resources, Business e Financial Services, Infrastructure (il peso a numerica di questi tre settori sul totale è circa triplicato dai livelli 2022 e 2023), il settore più rilevante rimane l’industriale, mentre nel 2025 hanno sofferto i settori consumer (Food & Beverage, Retail e Fashion & Luxury).
Secondo lo studio, sul fronte delle exit, dopo il rallentamento del 2023, il biennio 2024-2025 ha segnato un’inversione di tendenza, con una ripresa trainata in particolare dalle operazioni sponsor-to-sponsor. Attualmente circa 1.100 aziende italiane sono detenute in portafoglio da fondi di private equity. Le aziende italiane supportate da capitale privato confermano comunque performance industriali complessivamente positive, con crescita media dell’ebitda del 16% Cagr in valore assoluto negli ultimi 5 anni, a dimostrazione del rinnovato ruolo centrale nello sviluppo della media impresa italiana sui mercati globali.
Per sopravvivere in questo contesto più complesso, i fondi di private equity devono: lavorare sulle competenze del settore e sulla capacità di raccontare bene la loro missione e i fattori differenzianti; oltre che sulla specializzazione di prodotti o soluzioni. I fattori distintivi per i fondi attivi in Italia sono: connessione con tessuto imprenditoriale; il posizionamento come partner industriale e non meramente finanziario verso l’imprenditore.
Lo scenario europeo per il private capital
In Europa, il valore complessivo dei buyout è cresciuto di circa il 10% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 235 miliardi di dollari. Questo dato riporta il mercato su livelli vicini ai picchi del 2021-2022. La crescita è stata trainata soprattutto dall’area DACH e dai Paesi Nordici, con una forte concentrazione nei settori della sanità e dell’energia e in operazioni di dimensioni comprese tra 1 e 10 miliardi di dollari. Anche il valore delle exit è aumentato in modo significativo: +65% rispetto al 2024, fino a circa 240 miliardi di dollari, grazie in particolare a operazioni di tipo strategico. Tuttavia, la liquidità resta contenuta: il periodo medio di detenzione degli investimenti è vicino ai 7 anni, segno che il mercato non ha ancora raggiunto i livelli di liquidità attesi dagli investitori.
Lo scenario internazionale per il private capital
Il fundraising resta una delle principali criticità per il settore. Nel 2025, la raccolta complessiva di private capital ha raggiunto i 1.300 miliardi di dollari; tuttavia, quella dei fondi buyout è diminuita del 16%, a causa sia del minor numero di fondi chiusi sia della quasi scomparsa di nuovi veicoli con dimensioni pari o superiori a 5 miliardi di dollari. Alla base di questa debolezza vi sono distribuzioni ancora insufficienti: i flussi di cassa restituiti agli investitori restano inferiori alle attese e comprimono la capacità dei Limited Partner di assumere nuovi impegni. Le distribuzioni agli LP in percentuale del NAV sono rimaste sotto il 15% per quattro anni consecutivi — un minimo storico per l’industria — rallentando la ripresa e rendendo più complessa la raccolta di nuovi fondi. Il contesto di liquidità limitata si inserisce in un mercato globale che conta circa 32.000 società in portafoglio, per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari. Nei fondi di buyout, il periodo medio di detenzione prima dell’uscita è salito a circa sette anni, rispetto ai cinque-sei anni registrati tra il 2010 e il 2021.
I fondi attivi hanno 1,3 trilioni di dollari (1300 miliaredi) di dry powder da investire, per cui l’industria è matura, ma anche molto grande e di impatto per l’economia reale. Tuttavia, i multipli sono alti e scontano un costo del debito più alto. La domanda dei GP è di 2,5 volte superiore rispetto all’offerta degli LP. Il motivo principale dietro il mancato investimento in nuovi fondi è la minore velocità di restituzione del capitale da parte dei fondi.
Il peso globale delle exit sostenute da fondi di buyout è cresciuto del 47% su base annua, raggiungendo i 717 miliardi di dollari, trainato da alcune operazioni di particolare rilievo. Tuttavia, sebbene i livelli di buyout ed exit siano stati i secondi più elevati di sempre — non lontani dal record del 2021 — la ripresa è risultata fortemente concentrata: solo 13 megadeal superiori ai 10 miliardi di dollari hanno rappresentato il 30% del totale globale.
In questo contesto, anche la creazione di valore è diventata strutturalmente più complessa rispetto a qualsiasi fase precedente di questa industria. Se nel 2010 — in uno scenario di prezzi d’ingresso più contenuti, ampia disponibilità di leva finanziaria ed espansione dei multipli in fase di exit — un investimento tipico di private equity richiedeva una crescita annua dell’ebitda di circa il 5% per generare un MOIC di 2,5x in cinque anni (sufficiente a conseguire un IRR intorno al 20%), nel 2025 la soglia minima di crescita necessaria per ottenere ritorni soddisfacenti è più che raddoppiata (12%).
Il commento
“Nonostante i segnali di rinnovato dinamismo nel corso dell’ultimo anno, una ripresa dell’attività sostenuta da alcune delle operazioni di buyout più rilevanti mai registrate, e il forte aumento del valore delle exit, il settore è maturo e si trova ad affrontare un punto di svolta critico. I fondi devono competere in modo sempre più intenso per attrarre capitali e rispondere ad aspettative di performance sempre elevate da parte degli investitori, in un contesto ancora segnato da pressioni strutturali, da persistenti incertezze macroeconomiche ma anche da fattori esogeni profondamente diversi dai decenni precedenti e che rendono la generazione dei ritorni attesi molto più difficile”, spiega Sergio Iardella (in foto), senior partner e responsabile italiano private equity di Bain & Company.
Per quanto riguarda l’Italia, secondo Iardella è in atto “uno spostamento verso settori favoriti da chiari macro-trend di lungo periodo e da una forte componente di trasformazione industriale. La digitalizzazione resta una priorità, con un interesse crescente per modelli asset light e ad alto potenziale di sviluppo. Parallelamente, anche la transizione ecologica continua a rappresentare un driver chiave, sostenendo investimenti in infrastrutture ed efficienza energetica. Stiamo assistendo a una fase di trasformazione dell’industria, con, nel breve periodo, una ripresa selettiva e tematica. Tuttavia, anche nel nostro Paese, così come negli altri mercati sviluppati, per rimanere tra i fondi vincenti è necessario differenziarsi, specializzarsi ed investire significativamente sulla capacità di trasformazione delle aziende. In questo scenario, la creazione di valore dovrà essere intenzionale, strutturata, pianificata fin dalla fase di due diligence e guidata da trasformazioni operative profonde, dall’innovazione e da un utilizzo avanzato dei dati e dell’intelligenza artificiale”.