Al via Djungle Bridge, il fondo che ristruttura le startup
In Italia circa 50 round Series A vengono chiusi ogni anno, ma sette su dieci non portano la startup verso un round successivo. Su questa evidenza — emersa da un’analisi interna di Djungle Holding — nasce a Torino Djungle Bridge, fondo dedicato all’acquisizione e al rilancio operativo di startup italiane post-Series A bloccate da problemi di governance, cap-table congestionate o gap di execution manageriale, con un target di raccolta di 50 milioni di euro.
Il modello operativo di Djungle Bridge
Il fondo Bridge I prevede 12 operazioni in cinque anni, con ticket iniziali da 1,25 milioni di euro e un periodo di detenzione medio di 36-48 mesi. Il modello si basa sul turnaround industriale: acquisizione della quota di controllo a forte sconto rispetto all’ultima valutazione, ristrutturazione operativa tramite executive fractional (cfo, coo, cro) con track record su pmi tecnologiche, crescita verso il break-even ed exit verso operatori industriali o fondi di lower mid-market. I multipli di uscita attesi sono compresi tra 6 e 8 volte l’ebitda. L’obiettivo non è replicare l’iperscalata mancata, ma trasformare le ex startup in pmi tech profittevoli e cedibili.
A guidare il fondo come managing partner è Davide Vallero, Sloan Fellow della London Business School, con tre turnaround di pmi tecnologiche già completati. Il GP è stato capitalizzato da sette equity partner early adopter.
Il roadshow istituzionale di Djungle Bridge partirà a fine giugno 2026 con un incontro dedicato a fondazioni bancarie e investitori istituzionali, propedeutico all’avvio della raccolta del fondo Bridge I, atteso entro la fine dell’anno. Il progetto è stato presentato ufficialmente durante l’assemblea generale dei soci della holding, in concomitanza con il demo day dell’acceleratore Space for Imagination.
Chi è Djungle Holding
Djungle Bridge si inserisce nell’ecosistema di Djungle Holding, gruppo industriale indipendente fondato a Torino nel 2024 da Alessandro Nasi e Giulietta Testa. I due fondatori sono partiti nel 2017 da una piattaforma SaaS B2B di marketing automation per il retail, ceduta nel 2021 a un gruppo industriale torinese con un ritorno di 12,5 volte il capitale in tre anni. Dopo l’exit, Nasi ha guidato la digital unit globale del gruppo, mentre Testa figura tra le 40 imprenditrici riconosciute dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy nel settore digitale (Women Excellence Award 2023).
La holding presidia l’intero ciclo dell’early stage attraverso tre verticali: il venture builder Djungle SOLO, l’acceleratore Space for Imagination e il fondo turnaround Djungle Bridge. La base societaria conta 29 soci tra imprenditori, C-level e founder di scale-up con esperienze in Ferrari, Ferrero, Microsoft, Accenture, Ericsson, Geodis, Henkel e Newcleo. Nell’advisory board figurano il Prof. Francesco Sacco (SDA Bocconi) e Alessandro Messina, ex consigliere di Satispay.
I commenti
“Negli ultimi anni abbiamo visto da vicino società che fatturavano, avevano prodotto e mercato, ma rischiavano la liquidazione per ragioni di governance o di cap-table, con la perdita di 10, 15, 20 milioni di euro di investimenti accumulati nel tempo. È un’emorragia che il sistema-paese non si può permettere. L’innovazione è una delle infrastrutture fondative dell’economia italiana e va trattata come tale, con disciplina industriale, ma spesso finisce per essere un giochino autoreferenziale”, spiega Giulietta Testa, ceo e cofondatrice di Djungle Holding.
“Il venture capital è strutturato per cercare unicorni, ma la grande maggioranza delle startup non lo diventa. Quando una Series A non si traduce in due-tre anni in un percorso di iperscalata, l’azienda finisce in una zona grigia: troppo matura per il venture, troppo piccola per il private equity tradizionale. Bridge si concentra esattamente su quella zona: il rilancio non si fa con il capitale, ma con l’execution”, commenta Alessandro Nasi, cofondatore e chief of strategy di Djungle Holding.