Private equity, ripresa ancora frenata nel primo semestre 2026
Il private equity non riesce ancora a ingranare la marcia della ripresa. Come già accaduto nel 2025, l’ottimismo di inizio anno si è scontrato con tre shock imprevisti in rapida successione — il crollo dei titoli software legato all’intelligenza artificiale, lo stress da rimborso nel credito privato e l’impennata del prezzo del petrolio innescata dal conflitto in Iran — che hanno di nuovo congelato i mercati. È quanto emerge dall’aggiornamento di metà anno del “Global Private Equity Report 2026” di Bain & Company.
Buyout in calo, tech sotto pressione
Il valore dei buyout globali è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2026, con una stima di soli 145 miliardi per il secondo trimestre — il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni segue la stessa traiettoria discendente, attestandosi intorno a circa 700 deal nel Q2 2026.
Il settore tecnologico è quello che ha subito le conseguenze più marcate: l’incertezza sulla valutazione delle aziende ha fatto crollare il valore dei deal tech del 70% tra il quarto trimestre 2025 e il primo trimestre 2026. Il panico sul comparto SaaS ha determinato una contrazione di quasi il 30% nelle valutazioni sui mercati del software a febbraio, mettendo in discussione asset che fino a poco prima sembravano intoccabili. Le valutazioni del software nei portafogli di private equity sono scese di circa l’8% nel primo trimestre, con una correzione più contenuta in Europa (-4,2%) rispetto agli Stati Uniti (-8,9%). Nel frattempo, molti operatori stanno riorientando capitale e risorse verso business con componenti fisiche o ad alta intensità di lavoro, considerati meno vulnerabili all’automazione e meno esposti alla volatilità geopolitica.
Exit e liquidità: il ciclo del capitale si allunga
Il nodo della liquidità rimane irrisolto. Le distribuzioni ai Limited Partner si mantengono su livelli contenuti da quattro anni consecutivi, mentre il ciclo medio del capitale si è allungato a sette anni — superiore alle medie storiche — riflettendo un mercato delle exit più selettivo e un contesto macroeconomico mutato.
Le operazioni di vendita continuano a concludersi positivamente nella grande maggioranza dei casi: oltre il 75% degli asset viene ceduto sopra l’ultimo mark trimestrale, a conferma della tenuta del settore. Al tempo stesso, gli asset di fascia intermedia richiedono oggi tempi e strutture più elaborate, e gli LP esercitano una due diligence più rigorosa anche sui continuation vehicle. Gli asset buyout acquisiti nel 2021 o prima hanno attraversato un ciclo straordinariamente complesso — inflazione, rialzo dei tassi, turbolenze commerciali e accelerazione dell’AI — che ha reso le valutazioni di portafoglio più difficili da leggere e comunicare.
Raccolta ancora debole
La raccolta fondi è tipicamente l’ultimo ingranaggio del ciclo del capitale a ripartire: sono necessari 12-18 mesi di exit e distribuzioni sostenute prima che si registri un incremento significativo nelle nuove allocazioni. Nonostante nel primo semestre 2026 si siano concluse operazioni di rilievo, la raccolta complessiva rimane debole.
Sul fronte degli investitori, un LP su cinque sta riducendo l’esposizione al buyout — per effetto di ribilanciamenti di portafoglio, pressioni sulla liquidità o aspettative di rendimento a lungo termine più conservative. Il potere negoziale si sposta progressivamente a favore degli LP, che richiedono condizioni sempre più vantaggiose su commissioni e diritti di co-investimento per confermare i propri impegni.
Il commento
“Il mercato globale dei buyout stenta a decollare: dopo il picco raggiunto nell’ultima parte dello scorso anno, il valore dei deal è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, con una stima di soli 145 miliardi per questo trimestre — il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni segue la stessa traiettoria discendente, attestandosi intorno a circa 700 deal nel Q2 2026. La situazione italiana rispecchia la dinamica globale: molta attività nella fascia media, assenza di grandi operazioni, e un mercato guidato dalla selettività più che dalla propensione al rischio. La raccolta fondi è tipicamente l’ultimo ingranaggio del ciclo del capitale a ripartire: sono necessari 12-18 mesi di exit e distribuzioni sostenute prima che si registri un incremento significativo nelle nuove allocazioni. Nonostante nel primo semestre 2026 si siano concluse operazioni di rilievo, la raccolta complessiva rimane debole”, commenta Sergio Iardella (in foto), senior partner e responsabile italiano private equity di Bain & Company.
“In un mercato che continua a rimandare la ripresa, i general partner non possono permettersi di aspettare condizioni ideali. Devono agire su ciò che controllano. Le regole del gioco sono cambiate strutturalmente: oggi un investimento richiede una crescita dell’ebitda del 12% — non più del 5% — per generare ritorni competitivi, e questo significa che la creazione di valore operativo è diventata non negoziabile. L’intelligenza artificiale non è un’opzione da valutare a tempo debito: è già il principale campo di battaglia per la competitività delle aziende in portafoglio, e i GP che non la mettono al centro della propria strategia stanno già perdendo terreno. Ma attenzione: la tentazione di inseguire i deal in difficoltà disperde risorse preziose. È necessario concentrarsi sugli asset con il maggiore potenziale, aggiornare il piano di creazione di valore quando le condizioni cambiano, e avere il coraggio di fare scelte selettive. Chi saprà controllare queste variabili oggi sarà nella posizione migliore per guidare il mercato quando la nebbia si diraderà”, conclude Iardella.