Advisor in campo nel risiko bancario

Mesi di discussioni e trattative. Settimane intere seduti al tavolo per definire i dettagli, i futuri ruoli, gli aspetti tecnici di un’eventuale matrimonio a due o di un ménage a trois. A un anno dal decreto del governo guidato da Matteo Renzi che ha imposto la trasformazione in società per azioni per le banche popolari più grandi e il consolidamento del settore, inizia a prendere forma il quadro di quello che è stato definito il “risiko” delle banche popolari.

Il matrimonio più atteso, e che con ogni probabilità potrebbe essere il primo ad andare in porto, è quello tra la Banca Popolare di Milano (Bpm), guidata dal ceo Giuseppe Castagna, e il Banco Popolare, di Pier Francesco Saviotti.

Una partita che ha visto protagonista anche Ubi Banca, la terza ormai ex popolare fra le più coinvolte nel risiko, interessata a Bpm o a un’eventuale soluzione a tre. Ma che ora, salvo sorprese dell’ultimo minuto, resta sola, sfumata anche l’ipotesi di un’aggregazione con il Monte dei Paschi di Siena. Eventualità, questa, che è diventata infatti sempre più improbabile, considerando anche le ultime dichiarazioni del ceo di Ubi Victor Massiah. Tuttavia la partita resta aperta, così come quelle che riguardano gli altri attori sulla scena, da Carige a Veneto Banca fino alla Popolare di Vicenza. Senza contare l’asta per le quattro “nuove” Banca delle Marche, Etruria, CariFerrara, CariChieti, salvate il 22 novembre dal Fondo di risoluzione.

In gioco ci sono la stabilità e il futuro assetto del sistema bancario italiano. Ed è forse per questo che, tolte le indiscrezioni di stampa, da parte dei diretti interessati c’è il massimo riserbo attorno alle trattative, anche per quanto riguarda i team di advisor impegnati nelle grandi manovre.

UN POLO MILANO – VERONA
Dopo il sostanziale nulla osta da parte degli ispettori della Banca centrale europea, capitanati da Danièle Nouy, sarebbe in dirittura d’arrivo l’annuncio della fusione tra la Bpm e il Banco Popolare, la prima aggregazione a prendere forma dopo il decreto Renzi.

I management delle due banche starebbero definendo gli ultimi dettagli, fra i quali la possibilità di una Bpm inizialmente autonoma e operativa sotto l’ombrello della nuova banca-rete, e l’eventuale dotazione di capitale. Ora resta da capire quanto tempo ci vorrà per definire questi dettagli. Il memorandum of understanding, a meno di colpi di scena con relativi ulteriori slittamenti, dovrebbe essere annunciato nelle prossime settimane.

La banca risultante della fusione si presenterebbe sul mercato come la terza d’Italia, dopo Intesa Sanpaolo e Unicredit, con 2.500 sportelli, 112 miliardi di crediti verso la clientela, l’8% dello stock nazionale, e con asset per circa 173 miliardi di euro. L’operazione dovrebbe configurarsi come un “merger of equals”, con uno scambio azionario di fatto paritario (12 azioni della Bpm per 1 del Banco), e non dovrebbe comportare alcun aumento di capitale, almeno in una prima fase. Dal punto di vista della governance, la struttura dell’operazione risulterebbe oramai definita. L’impianto dovrebbe prevedere una holding con un board tradizionale di 19 amministratori (con 3 vicepresidenti di cui uno vicario) più cinque sindaci. Il consiglio di amministrazione sarebbe presieduto da Carlo Fratta Pasini, attuale presidente del Banco, con Castagna ceo e Maurizio Faroni direttore generale. Saviotti dovrebbe ricoprire il ruolo di presidente del comitato esecutivo di sette membri. Infine sarebbe la holding a controllare al 100% una indipendente Bpm spa per un periodo limitato di 3 o 6 anni, a cui andrebbe il presidio del territorio lombardo. Secondo quanto riportato da legalcommunity.it i protagonisti legali di questa vicenda, al momento, sono tre.

Il primo è lo studio Lombardi Molinari Segni, che con un team guidato da Giuseppe Lombardi e Ugo Molinari, e composto da Stefano Nanni Costa, Federico Bonetti, Paolo Barbanti Silva e Pietro Ferretti, non solo sta supportando i vertici dell’istituto di piazza Meda nei possibili scenari di fusione ma già da alcuni mesi affianca la Popolare di Milano nel processo di trasformazione in società per azioni.

Sul lato finanziario, la banca milanese è affiancata da Citigroup, con Luigi De Vecchi e Luca Benzoni, e Lazard, che agisce con il presidente Carlo Salvatori e il managing director Massimo Pappone.

Banco Popolare è invece assistito dallo studio Gatti Pavesi Bianchi, con il socio Carlo Pavesi, e sul lato finanziario da Mediobanca, Merril Lynch e Colombo e Associati, che agisce con un team composto da Paolo Andrea Colombo coadiuvato da Nicola Zambianchi, Giulio Camia e Tommaso Grossi.

UBI E IL «NO» A MPS
Ad affiancare il terzo protagonista del risiko delle popolari, ovvero Ubi Banca, sono invece, gli studi Chiomenti e Pedersoli che, sempre secondo quanto riportato nelle scorse settimane da legalcommunity.it avrebbero assistito l’istituto nel testa a testa con il Banco per Bpm.

In particolare, Pedersoli sarebbe al lavoro con un team guidato dall’equity partner Carlo Pedersoli e composto dal partner Csaba Davide Jákó e dall’associate Giulio Sandrelli. Credit Suisse, invece, con il ceo in Italia Federico Imbert e il co-head dell’investment banking, Guido Banti, starebbe seguendo i profili finanziari legati agli scenari del risiko.

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