Decio (Ing): «Vogliamo diventare la prima banca digitale in Italia»

Di tempo a disposizione per portare a termine il piano strategico ce n’è. Almeno tre o cinque anni. E gli spazi di manovra sono ampi. Ma gli obiettivi che Ing Bank intende seguire in Italia sono ambiziosi: diventare la prima banca digitale nel nostro Paese ed essere un punto di riferimento nei settori retail e corporate, nonché aprirsi a nuovi segmenti di mercato, come le piccole e medie imprese.

Per realizzarli, il gruppo olandese ha chiamato in campo, lo scorso febbraio, un nuovo amministratore delegato, Alessandro Decio (nella foto), proveniente da UniCredit dove ricopriva la carica di chief risk officer dal 2012. La scelta di un italiano alla guida della branch italiana non sarebbe dunque casuale: «Ing in Italia è una realtà ancora ragionevolmente piccola – spiega Decio in questa intervista a MAG – ma c’è un chiaro disegno di rilancio e di crescita sul territorio».

Non sarà un compito proprio facile per Decio, che è passato da un gruppo strutturato e con un solido posizionamento in Italia come UniCredit, dove il manager è entrato nel 2000, a uno per cui l’Italia rappresenta ancora una «quota marginale» dell’intero giro d’affari e quindi con un posizionamento ancora da costruire. «È una sfida interessante e ogni tanto è bello anche cambiare e darsi nuovi obiettivi», afferma. In Italia, Ing Bank è presente con 700 dipendenti e 18 filiali. Sotto il nome di Ing Direct è racchiusa la divisione retail – che nel mercato italiano del risparmio conta una quota del 3% – e registra un volume di attività di oltre 20 miliardi di euro, ma anche «depositi, nel 2015, pari a circa 15 miliardi e oltre un miliardo in gestione», spiega il ceo, specificando che questo è un segmento «sul quale possiamo migliorare molto».

La divisione corporate wholesale banking, invece, è attiva in Italia dal 1979 e offre servizi quali lending, transactional services e financial markets. La presenza sul mercato «è consistente», anche se forse meno «aggressiva» rispetto ad altre banche, soprattutto negli ultimi tempi. Ma, come spiega l’ad, «è proprio questo stile che l’ha resta un riferimento per i clienti». Ciò che le banche dovrebbero seguire, è, a suo avviso, un atteggiamento di crescita costante e sostenibile: «Alla base del problema degli npls c’è un decennio in cui molte banche erogavano credito puntando ai volumi ma senza un’adeguata valutazione del rischio».

Lei per molto tempo si è occupato di lending e di risk management, come andrebbe impostata l’erogazione del credito da parte delle banche per evitare di ripetere gli errori del passato e dunque l’accumularsi di non performing loans sui bilanci?
In primo luogo bisognerebbe smettere di essere ossessionati dalla crescita a tutti i costi. Se guardiamo ciò che è successo dal 2000 sino al 2008, al momento della crisi, vediamo un periodo in cui gli impieghi delle banche raddoppiavano a livello di sistema mentre il Pil italiano restava lo stesso. Evidentemente le banche non hanno erogato al meglio in questo periodo e così facendo hanno messo le basi per l’attuale problema di npls. Una lezione da tenere a mente per il futuro.

Cosa significa questa discrepanza tra gli impieghi e il Pil?
Che il sistema seguiva obiettivi di crescita di volumi molto elevati, anche finanziando progetti o aziende che poco o nulla contribuivano allo sviluppo dell’economia reale. Buona parte di questi finanziamenti sono stati sul real estate e di conseguenza, la crescita di questi impieghi spiega il livello di indebitamento delle aziende italiane in media superiore a quello delle aziende europee. Una erogazione più selettiva e magari un maggiore investimento in capitale di rischio anziché a debito avrebbero forse potuto rendere l’impatto della crisi in Italia meno doloroso.

Tradotto, cosa dovrebbe fare una banca?
Erogare credito passando prima per una valutazione più attenta delle aziende e dei loro business plan. Dal canto nostro, il fatto di essere una realtà relativamente piccola e internazionale ci permette di concentrarci su poche aziende mettendo in campo tutta l’esperienza e tutte le competenze in nostro possesso.

La presenza di professionisti in grado di esaminare e valutare bene le aziende è dunque fondamentale, ma non è affatto scontata nelle banche…
Questo è infatti uno dei problemi principali che molti istituti stanno cercando di risolvere. In Ing, a questo proposito, l’attività di projec financing che portiamo avanti ci consente di avere una presenza forte di professionisti con adeguate competenze specialistiche e settoriali che ci aiutano a fare al meglio il nostro lavoro sul credito e a dare valore aggiunto ai clienti.

Ing Bank sembra aver puntato in alto in Italia. Perché ha deciso di accettare la sfida?

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