Falcone, Principia sgr: «Venture capital, parte del sistema imprenditoriale»

«Il problema del venture capital in Italia è che se ne parla molto ma solo pochi hanno capito il suo valore a livello di sistema». Antonio Falcone (nella foto), amministratore delegato di Principia sgr, ha le idee chiare circa il mondo degli investimenti in startup. «I Pir sono stati un’enorme occasione persa per il venture capital e per il Paese intero», sostiene.

In Italia quello del venture capital è un comparto ancora piccolo rispetto al resto d’Europa (si veda il box) e per Falcone «è arrivato il momento di fare il salto di qualità» anche attraverso la creazione di un «track record di operazioni e rendimenti».

Ed è quello che Principia, una delle sgr più attive sul mercato italiano, sta cercando di fare con l’obiettivo di «diventare un operatore paneuropeo sia in termini di investimenti che di riconoscimento, quindi con la capacità di attirare gli investitori stranieri».

Oggi il gruppo conta cinque fondi, uno liquidato e uno in scadenza (legati alla precedente gestione quando la società si chiamava Quantica sgr) e tre lanciati tra il 2014, anno di arrivo del nuovo management – e il 2017, mentre ci sarebbe un altro fondo in arrivo a breve. La strategia di investimento? «Puntare sulla filiera e partire dalle primissime fasi di pre-seed, seed capital fino alle pmi». Con l’obiettivo, da qui a cinque anni di diventare «la prima piattaforma italiana nel venture capital per specializzazione».

 

Fondi e filiere
Nel dettaglio, l’ultimo lanciato in ordine di tempo, nel luglio 2017, è stato il Fondo V, Ùtopia, realizzato in collaborazione con Fondazione Golinelli di Bologna con il ruolo di anchor investor. L’obiettivo di raccolta è di 70 milioni di euro con un target di investimento molto preciso: istituti di ricerca clinica e brevetti sia in fase avanzata che nella seconda fase di gestione della proprietà intellettuale. Il focus sarà su quelle realtà che sviluppano molecole curative, device di prevenzione, diagnostica avanzata e per la prevenzione. Ùtopia, spiega Falcone «è il proseguimento del percorso creato alla fine del 2014 con il Fondo III Healthcare». Si tratta del terzo fondo del gruppo, con una dotazione iniziale di 206 milioni dei quali oltre 100 milioni investiti in 11 realtà fra cui CheckMab, spin off della Statale di Milano, Clinical Trial Center, spin off della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, e Trifarma. Il ticket medio di investimento va dai 500 mila euro ai 2,5 milioni, soprattutto per ricerca e brevetti.

«La strategia è quella di trovare gli spazi vuoti nel venture capital italiano, in particolare nelle filiere di settore», spiega Falcone. Oggi sono due quelle considerate. Oltre all’health c’è anche la il settore moda e design. Per presidiarlo il team ha lanciato nel maggio 2017 il quarto fondo, denominato Alis, con un obiettivo di raccolta di 150 milioni da investire in società che già promuovono il made in Italy della moda, startup, spin-off industriali e pmi emergenti. I ticket di investimento medio saranno tra i 5 e i 10 milioni in pmi e in raggruppamenti di micro imprese artigiane del settore che fatturano dai 4 agli 8 milioni. Si tratta di «realtà che non sono appetibili ai grandi operatori, più concentrati in aziende di fascia alta, ma che hanno molto bisogno di investitori che li supportino», osserva. A far parte del management team ci sono, fra gli altri, Nicola Giuggioli, già imprenditore con esperienza nella consulenza ai marchi del lusso e fondatore di Eco-Age Limited, Ann Marie Scichili, con esperienze in gruppi fra i quali Banana Republic, Donna Karan e Value Retail, Piero AngeloneSusanna Luzzati.

 

Strategia e obiettivi
Il vantaggio di avere dei fondi filiera per Falcone «è che consentono sinergie fra i veicoli ad esempio nelle attività di scouting, ricerca e selezione, ma poi ogni singolo fondo ha una propria autonomia ed è estremamente specializzato. «La specializzazione è fondamentale se si vuole investire nella filiera – spiega– e questa è possibile soprattutto grazie al fattore umano: le persone che scegliamo alla guida dei fondi devono conoscere il settore in termini reali, saper guardare cosa è valido e valutare il business. Il lato finance è importante ma viene dopo. Prima bisogna capire se il business c’è e vale. Ad esempio nel settore medicale quella ricerca ha del potenziale, se ci sono impatti regolatori». I team di Principia contano dalle sette persone del terzo fondo fino alle quattro degli ultimi due veicoli di investimenti. «Per fine anno l’idea è di superare le 25 unità d’organico interno oltre alle 10 persone che ruotano attorno come consulenti», aggiunge l’ad.

In questo contesto, prima di lanciare un fondo «portiamo avanti un grande lavoro di pipeline e di assunzione. Investiamo prima del lancio e reinvestiamo i guadagni nella crescita dell’azienda. Questo è anche un modo per essere più credibili con gli investitori: se chiedi risorse importanti non puoi portare solo investimenti ma devi dare loro un progetto, una pipeline, una storia».

L’obiettivo finale è «diventare un fondo paneuropeo…

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