venerdì 23 ott 2020
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Il fintech italiano regge l’urto Covid19. Ma il mercato è ancora piccolo

Il fintech italiano regge l’urto Covid19. Ma il mercato è ancora piccolo

È un ecosistema di piccole dimensioni ma eterogeneo e, per definizione, ad alto potenziale di crescita. Parliamo del mondo fintech italiano, che stando all’indagine “FinTech waves – The italian FinTech ecosystem” realizzata da EY e dal Fintech District è in rapida ascesa, così come l’interesse per l’innovazione nei servizi finanziari nella clientela retail e gli investitori.

Più fiducia, più startup
A crescere nel nostro Paese è innanzitutto il tasso di adozione delle soluzioni fintech in Italia. Stando alla ricerca, sebbene gli italiani vedano ancora gli operatori tradizionali come primo punto di contatto – il 55% di essi si rivolge prima alla banca o alla compagnia di assicurazioni tradizionali per l’acquisto di un nuovo prodotto – questo tasso di adozione è in crescita del 51% nel 2019, secondo l’EY FinTech adoption index. Così come lo è il numero di fintech in Italia: nel 2011 se ne contavano appena 11, per arrivare a 199 nel 2015 e a 354 nel 2020, secondo l’ultimo censimento EY, per la maggior parte concentrate in Lombardia (169).

Delle 345 startup censite il 74% sono fintech, mentre il 26% si colloca tra le “techfin”, cioè imprese che offrono soluzioni tecnologiche d’avanguardia al servizio dell’industria finanziaria.

Nel dettaglio, il panorama è guidato dalle startup di crowdfunding (71), seguito dalle startup che si occupano di Data Analytics, Machine Learning e Artificial Intelligence (35), dalle fintech che offrono pagamenti smart (34) e dalle FinTech che offrono servizi di Lending (30).

Queste sono per la maggior parte in uno stadio intermedio di crescita (Early Stage ed Early Growth) e sono finanziate tramite risorse personali o business angel.

Gli investimenti
Il ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei è evidente, basti pensare che nel 2019 il Paese ha attirato solo il 2% del capitale totale investito in FinTech in Europa, mentre Regno Unito e Germania hanno attratto rispettivamente il 50% e il 19% degli investimenti. Tuttavia, rilevano da Ey, il gap ha iniziato a ridursi, grazie allo sviluppo di condizioni favorevoli come iniziative, regolamenti e incentivi per promuovere la crescita della community fintech (dall’istituzione dell’Agenzia per l’Italia Digitale alla più recente introduzione, prevista dal Decreto Crescita, di un sandbox per facilitare lo sviluppo del fintech, passando per la PSD2).

Fatto sta che i finanziamenti alle startup italiane del fintech sono cresciuti a un CAGR di oltre il 60% dal 2016 al 2019, che ha registrato il record dei 261 milioni di euro. Per quanto attiene all’anno in corso, nonostante le difficoltà registrate su scala globale a causa dell’avvento del Covid-19, l’ecosistema italiano ha mostrato importanti segnali di resilienza, anche da un punto di vista di accesso a nuove fonti di finanziamento. In particolare, le principali attività di fundraising nell’arco dei primi otto mesi del 2020 hanno raggiunto la cifra di 90 milioni di euro.

Sebbene il trend sia positivo, i numeri del mercato italiano mostrano un’alta concentrazione degli investimenti a favore di poche startup. Il valore mediano degli investimenti raccolti da ciascuna startup si attesta in Italia sui 700mila euro, con le FinTech in vantaggio rispetto alle TechFin (il 46% delle FinTech ha raccolto più di 1 milione di euro contro il 21% delle TechFin). Il 95% delle startup italiane ha una post-money valuation superiore a 1 milione di euro. Inoltre, la maggior parte delle startup (circa il 70%) ha come obiettivo, per il prossimo round di finanziamento, investitori istituzionali, in particolare fondi di venture capital internazionali.

Il ruolo delle banche
In tutto questo cosa fanno le banche tradizionali? La variazione dei trend competitivi legata alle recenti modifiche normative e all’avvento delle challenger bank, evidenzia lo studio, sta spingendo istituti bancari e compagnie di assicurazione a collaborare con le fintech attraverso diversi livelli di profondità. Le istituzioni finanziarie possono fornire investimenti e competenze in fase iniziale, e in cambio possono fare leva su tecnologie all’avanguardia per integrare la propria offerta o avviare partnership con l’obiettivo di lanciare nuovi prodotti e servizi per soddisfare specifiche esigenze del cliente. Ma le fintech possono anche essere un puro e semplice investimento oppure gli operatori tradizionali integrano tecnologie e prodotti al loro interno, consentendo agli startupper di capitalizzare sulle proprie idee imprenditoriali.

“Per creare un ecosistema italiano del FinTech “più maturo” che sia terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di nuovi operatori è necessario lanciare specifici fondi di investimento e incentivare la collaborazione tra incumbent e startup. Questo cambio di approccio potrebbe dare impulso all’interesse degli investitori e generare più operazioni di M&A”, ha commentato Andrea Ferretti, Markets Financial Services & FinTech Italian Leader di EY.

Pmi motore dello sviluppo del fintech
Ma il fintech, come tutto ciò che è legato alla tecnologia, è destinato a evolversi con molta velocità. Così, evidenzia Ey, in Italia saranno le pmi a guidare questa evoluzione. Le imprese vorranno servizi bancari che facciano leva sulle soluzioni offerte dalle fintech; in ambito cybersecurity e cyber Insurance, ad esempio, che diventeranno sempre più prioritarie a causa delle sfide e delle criticità legate alla trasformazione digitale. Inoltre la compliance continuerà a svolgere un ruolo primario nei servizi finanziari, pertanto le regtech avranno un ruolo fondamentale nella digitalizzazione dei processi regolamentari e con un ruolo attivo nel generare nuove opportunità, mentre l’open banking rappresenta un’enorme opportunità di collaborazione tra i servizi finanziari e le FinTech, elemento fondamentale per il successo reciproco.
“L’ecosistema italiano del fintech avrà opportunità di crescita rilevanti a patto che adotti un approccio di coopetizione, cioè di competizione e cooperazione allo stesso tempo, facendo leva sui modelli di open finance che coinvolgano i diversi player del settore dei Financial Services”, ha aggiunto Ferretti.

 

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