sabato 24 ott 2020
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Gli under 40 del private equity fanno sistema… In “cucina”

Gli under 40 del private equity fanno sistema… In “cucina”

Seduti al tavolo negoziale, i principal dei fondi di private equity e l’imprenditore stanno trattando un possibile investimento nell’azienda. Il giovane associate li ascolta guardandosi intorno. L’eta? media si aggira sui 60 anni, come quella dei board delle principali aziende del Paese, stando all’ultima ricerca di Mediobanca. Circa il doppio della sua eta?, pensa il ragazzo, mentre si accorge di essere spesso l’unico trentenne, o uno dei pochi, seduto a quei tavoli.

La situazione descritta non e? inusuale per molti giovani che lavorano nel private equity. In un ambiente in cui la seniority conta e il tema del ricambio generazionale e? ancora un tabu?, per gli under 40 dei fondi trovare il proprio posizionamento professionale e? un’impresa. Se, infatti, da un lato il desiderio di costruirsi una carriera soddisfacente, la dedizione e l’intraprendenza spingono queste nuove leve della finanza a voler emergere, dall’altro gli scogli da superare sono altissimi, come l’inesperienza, la forte competizione e la carenza di contatti.

La stessa giovane eta?, invece di essere una qualita?, spesso getta ombra sulle reali competenze del professionista. In realta?, di giovani capaci, nei fondi, ce ne sono. E anche molti. Per l’esattezza, nei private equity italiani o internazionali attivi in Italia sono circa un centinaio. E oltre a essere bravi e preparati, alcuni di loro hanno anche deciso di unire le forze e creare, per la prima volta, un’associazione dedicata agli under 40 che lavorano nel settore.

UNA “CUCINA” PER FARE NETWORK E BUSINESS
The Private Equity Kitchen (PEK), questo il nome dell’associazione riservata agli under 40 del private equity, e? stata fondata ufficialmente nel febbraio scorso da Lorenzo Bovo, 33 anni, investment manager di Private Equity Partner, e Giovanni Guglielmi, 34 anni, (nella foto da sinistra) investment director di Synergo.

«Vogliamo essere una “cucina” di idee e relazioni», spiegano a MAG i due fondatori, «un luogo in cui anche i giovani che lavorano nel private equity sia in Italia che all’estero, ma anche i gestori di fondi che guardano all’Italia, speculativi e family offices, possano incontrarsi, conoscersi e scambiarsi informazioni utili al proprio mestiere». Uno spazio, quindi, in cui crescere e intrattenere rapporti con altri professionisti dello stesso settore in modo da ampliare il proprio network ed eventualmente incrementare il proprio business.

«Generare opportunita? di investimento per la propria societa? – spiegano – e? la chiave di volta che oggi consente a un giovane di crescere e di avanzare, piano piano, a livello professionale», e per questo per le figure piu? junior «e? indispensabile iniziare ad avere un approccio a tutto tondo, in particolare sul fronte dell’orgination e del fundraising, che e? la parte piu? difficile del nostro lavoro».

OBIETTIVO CONTINUITA?
Scopo della “cucina” non e? pero? la rottamazione fine a se stessa. «La volonta? di PEK – precisano – e? quella di mettere i giovani che lavorano nei fondi nella condizione di instaurare rapporti piu? significativi a livello professionale e quindi accrescere le possibilita? di carriera di ognuno». Ma tutto senza voler scavalcare o superare i senior. Al contrario, «abbiamo agito in totale trasparenza e in allineamento di interessi. Lo scopo comune e? dare continuita? al settore», aggiungono. Legato a doppio filo alla continuita? c’e? pero? il tema del ricambio generazionale. Una questione controversa non solo in Italia ma a livello globale.

«Storicamente in questo settore il tasso di turnover e? e resta molto basso», osservano i due professionisti, e cio? puo? essere spiegato ad esempio «con la presenza di meccanismi di incentivazione a lungo termine che legano il professionista alla societa? per molti anni». Inoltre le societa? di investimento , in particolare quelle di medio-piccola dimensione, generalmente «non sono organizzate “a scalini” come le aziende e non sono dotate di veri e propri piani di successione» probabilmente perche? «il private equity e? un’attivita? che in molti casi viene svolta in team poco numerosi e che dipende molto dalle professionalita? in gioco, in cui e? ?? ?????????richiesta molta esperienza». Il rovescio della medaglia e? che in alcuni casi un’eccessiva personalizzazione non aiuta – come gia? successo in passato a importanti operatori del settore – la continuita? e la successione.

UN AMBIENTE ANCORA RISTRETTO
A complicare ulteriormente le cose per il giovane che avevamo lasciato seduto al tavolo negoziale, e per tutti i suoi coetanei, e? la struttura stessa del mercato del private equity, che e? tendenzialmente piccola e poco aperta. …

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