giovedì 19 set 2019
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Il monito del prorettore: chi non investe in fintech è destinato a estinguersi

Il monito del prorettore: chi non investe in fintech è destinato a estinguersi

L’ancora di salvezza del sistema bancario esiste e si chiama fintech. Gli istituti che non seguiranno questa evoluzione, rapidissima, sono destinate a “estinguersi per evoluzione naturale”. È questo il monito che il prorettore all’internazionalizzazione dell’Università Bocconi di Milano Stefano Caselli (nella foto a sinistra) fa a tutti gli addetti ai lavori dalle pagine del giornale dell’ateneo Via Sarfatti 25.

Per Caselli “la trasformazione del sistema bancario e lo sviluppo di un nuovo modello di business finanziario digitale sembrano legati da destini paralleli”, per cui “la crescita potente e inesorabile del secondo si propone come ancora di salvezza al primo che deve fronteggiare una crisi di identità senza precedenti”.

Quattro aree di attività

Un’evoluzione che, precisa il docente, si poggia su quattro aree di servizi principali. Innanzitutto quelli dedicati al “pagamento mobile, che sfruttano la connettività di qualsiasi device per consentire al cliente di eseguire transazioni veloci e sicure”, poi la “comparazione e acquisto di strumenti finanziari standard, siano essi polizze assicurative, crediti al consumo, carte di credito e addirittura mutui per la casa”, i servizi di P2P lending e di crowdfunding, “che permettono sia di sviluppare all’interno della rete, veri e propri mercati di scambio di fatture commerciali e di concessione dei prestiti o donazioni” e infine i servizi di gestione del portafoglio titoli e dell’attività di investimento in generale, “che grazie a sistemi di robo-advisor condividono una grande massa di informazioni e ne veicolano l’utilizzo in modelli di allocazione del portafoglio e di strategie di acquisto e di vendita”, scrive il prorettore.

Si tratta di aree di business che sì permettono la nascita di nuovi operatori non bancari, ma allo stesso tempo lasciano spazio sul mercato a quelle banche “che si propongono alla clientela con una struttura d’offerta integralmente o prevalentemente digitale”.

Ma perché questa necessità di “soluzioni light capital”, come le definisce Caselli? La spiegazione è riconducibile al “cambiamento dell’industria bancaria” che si muove su due direttrici: da un lato “la ricerca di redditività”, in un contesto a tassi zero e “in presenza di regole che conducono a un elevato assorbimento di capitale in numerose aree di business” che “spinge ad individuare nuove combinazioni ” basate soprattutto “sulla riduzione dei costi” che avviene “attraverso il ridimensionamento degli sportelli, la ricerca di attività che non portano all’impiego di capitale regolamentare” e, ovviamente, con il “banking on-line”.

Dall’altro lato, aggiunge il prorettore “la trasformazione digitale di numerosi settori produttivi produce un effetto domino e un effetto imitativo delle industrie a queste collegate: nella misura in cui le reti distributive di beni sia di largo consumo che di lusso si modificano e si integrano con la componente digitale, i servizi di pagamento, di finanziamento e assicurativi a questi collegati devono rapidamente evolvere in una dimensione on-line per intercettare la domanda”. Senza contare che “la domanda di servizi bancari vede sempre più una presenza massiccia di millennials e nativi digitali” e perciò  “l’effetto domino risulta ancora più amplificato”.

Più investitori per chi punta sul fintech

In questo contesto, non è allora un caso che stando a quanto emerge da una ricerca di Excellence Consulting, che ha analizzato i driver di valutazione di un campione di circa 20 tra le più importanti banche europee nel 2015, gli investitori privilegiano gli istituti più orientati al rinnovamento del loro modello di business, principalmente quelle che investono in iniziative fintech.  

Quasi la metà delle banche che hanno dedicato a investimenti fintech una percentuale dei ricavi superiore alla mediana del campione, aggiunge la ricerca, hanno anche ottenuto una migliore valorizzazione da parte del mercato. Meno significativi i risultati ottenuti applicando la stessa analisi ad altri driver di valore, quali: la dimensione dei ricavi (solo il 18% delle banche più grandi ha migliore valorizzazione); la qualità dei crediti (solo il 18% delle banche con migliore NPL Ratio ha migliore valorizzazione); la composizione dei ricavi (solo il 23% delle banche con maggiore incidenza dei ricavi da collocamento prodotti ha migliore valorizzazione); la crescita dei ricavi (solo il 30% delle banche con più elevati tassi di crescita ha migliore valorizzazione).

I risultati della ricerca sono altrettanto rilevanti perché si inseriscono in un quadro di progressiva disintermediazione delle banche da parte di numerose start-up fintech che stanno acquisendo quote di mercato in ciascuna delle tradizionali aree di affari delle istituzioni creditizie. Lo “shadow banking” è infatti in costante crescita: Fondi pensione e Asset Management stanno sostituendo le banche nel finanziamento alle aziende più grandi e in parallelo stanno nascendo nuove iniziative di finanziamento per le piccole e medie aziende.

Per Maurizio Primanni, ceo di Excellence Consulting “i mercati ci dicono chiaramente che non siamo di fronte ad una fase congiunturale di difficoltà per le banche, ma che è necessario un profondo ripensamento di architetture societarie e modelli di business. I nuovi paradigmi gestionali delle istituzioni finanziarie saranno a nostro parere quelli che caratterizzano le attuali aziende Fintech, ovvero: specializzazione e verticalizzazione di più aziende su specifiche aree di business (es. servizi bancari e pagamenti, wealth management, financial advisory e trading, corporate banking e alternative financing, personal finance, etc); erogazione di una customer experience ad elevata personalizzazione sulle esigenze dei clienti; outsourcing delle attività e dei sistemi informatici di back-office a ridotto valore aggiunto, investimento sullo sviluppo di nuove piattaforme agili, modulari e flessibili, architettura di “prodotto aperta” che ricomprende sia prodotti propri sia di partner commerciali. I mercati ci dicono che questa è la via per coniugare basso assorbimento di capitale, servizio al cliente d’eccellenza, costi d’esercizio sostenibili e conseguentemente buona profittabilità”.

 

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