lunedì 23 set 2019
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Intesa verso l’integrazione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza

Intesa verso l’integrazione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza

Intesa Sanpaolo si prepara ad acquisire ufficialmente le due banche venete, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il gruppo guidato da Carlo Messina (nella foto), ottenuta l’unanime autorizzazione da parte del Consiglio di Amministrazione, ha infatti firmato con i commissari liquidatori di PopVi e Veneto Banca (Fabrizio Viola, Claudio Ferrario e Giustino Di Cecco per la prima e Viola,  Alessando Leproux e Giuliana Scognamiglio per la seconda) il contratto di acquisto, al prezzo simbolico di un euro, di certe attività e passività e certi rapporti giuridici facenti capo alle due banche.

Nel dettaglio, l’acquisto riguarda un perimetro ben preciso, che esclude i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e esposizioni scadute), che resteranno allo Stato, le obbligazioni subordinate emesse, nonché partecipazioni e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione, tra le quali quella di in Banca intermobiliare di investimenti e gestioni, del gruppo Veneto Banca.

Cosa acquista Intesa 
Il perimetro oggetto di acquisto include, invece, oltre alle attività e passività selezionate di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anche il contributo delle partecipazioni in Banca Apulia e Banca Nuova, in SEC Servizi, in Servizi Bancari e, subordinatamente all’ottenimento delle relative autorizzazioni, nelle banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania. L’acquisto riguarda in particolare i crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per circa 26,1 miliardi di euro, le attività finanziarie per circa 8,9 miliardi di euro, le attività fiscali per circa 1,9 miliardi di euro, i debiti verso clientela per circa 25,8 miliardi di euro, le obbligazioni senior per circa 11,8 miliardi di euro, la raccolta indiretta per circa 23 miliardi di euro, di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito, circa 900 sportelli in Italia e circa 60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania, circa 9.960 persone in Italia e circa 880 all’estero. In Intesa andranno anche i crediti in bonis ad alto rischio per circa 4 miliardi, con diritto di Intesa Sanpaolo di retrocessione nel caso di rilevazione, nel periodo fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020, dei presupposti per classificarli come sofferenze o inadempienze probabili.

In base all’accordo, Intesa Sanpaolo si impegna a stanziare complessivamente 60 milioni a titolo di “ristoro per i piccoli risparmiatori detentori di obbligazioni subordinate”, si legge nella nota, che includono un importo come proprio intervento in aggiunta alla quota parte prevista del contributo del sistema bancario. 

Il contributo pubblico
Sempre per via dei termini del contratto, l’operazione garantisce la neutralità dell’acquisizione rispetto al Common Equity Tier 1 ratio della banca e alla dividend policy del Gruppo Intesa Sanpaolo. Questo attraverso innanzitutto un contributo pubblico cash a copertura degli impatti sui coefficienti patrimoniali pari a 3,5 miliardi di euro non sottoposti a tassazione e un ulteriore contributo pubblico cash a copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione, che riguardano tra gli altri la chiusura di circa 600 filiali e l’applicazione del Fondo di Solidarietà in relazione all’uscita, su base volontaria, di circa 3.900 persone del gruppo risultante dall’acquisizione, nonché altre misure a salvaguardia dei posti di lavoro quali il ricorso alla mobilità territoriale e iniziative di formazione per la riqualificazione delle persone. Su questo fronte l’esborso pubblico sarà pari a 1,285 miliardi.

Previste inoltre garanzie pubbliche, per un importo corrispondente a 1,5 miliardi, volto alla sterilizzazione di rischi, obblighi e impegni che coinvolgessero Intesa per fatti che precedono la cessione o relativi a cespiti e rapporti non compresi nelle attività e passività trasferite. Nel complesso, Il governo spenderà subito oltre 5 miliardi di euro per dare a Intesa i mezzi per rafforzare il patrimonio e comprare, senza effetti sui suoi ratio patrimoniali, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, separate in good e bad bank, per una operazione che potrà costare allo Stato fino a 17 miliardi, comprese anche ulteriori garanzie ed eventuali rischi legali.

Per far fronte a questo esborso, si farà ricorso ai 20 miliardi stanziati lo scorso dicembre per le ricapitalizzazioni delle banche, incrementati di 300 milioni di euro per l’anno 2018, spiegano da Palazzo Chigi. 

A questo proposito, il contratto include una clausola risolutiva, che prevede l’inefficacia del contratto e la retrocessione alle banche in liquidazione coatta amministrativa del perimetro oggetto di acquisizione, in particolare nel caso in cui il Decreto Legge non fosse convertito in legge, ovvero fosse convertito con modifiche e/o integrazioni tali da rendere più onerosa per Intesa Sanpaolo l’operazione, e non fosse pienamente in vigore entro i termini di legge.

Divisione ad hoc
Le attività rilevate da Banca Popolare di Vicenza e da Veneto Banca finiranno in una nuova direzione regionale, all’interno della Divisione Banca dei Territori, cui faranno capo i due rami d’azienda.

La costituzione di una nuova struttura dedicata, spiega una nota dell’istituto, nasce con l’obiettivo di garantire la piena continuità nell’operatività corrente delle attività acquisite dalle due banche venete e di rendere immediata l’integrazione di queste stesse in Intesa Sanpaolo. La guida della nuova realtà è stata affidata ad interim a Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori, e si articola in due unità organizzative cui faranno capo le strutture centrali e territoriali provenienti dalle due banche integrate, denominate “ex Banca Popolare di Vicenza ed “ex Veneto Banca”.

La responsabilità di queste due unità è stata affidata a Gabriele Piccini, manager di esperienza che ha ricoperto ruoli di rilievo in Unicredit dove è stato country manager per l’Italia e, più di recente, nel Gruppo Banca Popolare di Vicenza di cui è stato vice direttore generale e responsabile commerciale e, da ultimo, amministratore delegato di Banca Nuova.

 

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