M&A e private equity globale trainati dai mega-deal, rilevano Aifi e Kpmg

L’M&A nel 2025 ha rimbalzato rispetto al 2024 a livello mondiale, salendo del 40% in termini di valore e del 7% per volume. Il mercato è stato caratterizzato dai mega-deal: 70 deal hanno avuto oggetto aziende con una valutazione superiore ai 10 miliardi di dollari. L’ha detto Stefano Cervo, partner di Kpmg ed head of private equity, durante il convegno annuale di Aifi, che si è svolto oggi a Milano.

I dati sull’M&A globale

Anche il private equity globale è cresciuto trainato da 13 mega-deal (di cui 10 in Usa). E’ salito del 44% il controvalore dei deal a livello globale, ma è sceso del 6% il numero di transazioni. L’ambiente è più favorevole ai compratori grazie il taglio dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali, alla stabilizzazione dell’inflazione e alla disponibilità di dry powder. Parallelamente, sono saliti i multipli: quello medio è stato di 11 volte ebitda aziendale.

Per quanto riguarda le exit, sono rimbalzate in termini di valori (+47%), ma i volumi sono in calo del 2%. L’aumento dei valori è riconducibile all’esigenza di smobilizzare i portafogli, al raddoppio delle quotazioni (che però non sono ancora il canale di exit preferenziale), all’incremento del 60% delle exit a continuation fund, che sono ormai il 10% delle exit totali. Il rimbalzo dei controvalori crea liquidità, di cui il sistema ha bisogno, ma servirà del tempo per vederne gli effetti benefici. E’ altresì in atto un allungamento dell’holding period, che a livello mondiale tende a essere di 7 anni.

La raccolta nel 2025 è scesa in termini di numero di fondi annunciati e controvalori raccolti. E’ avvenuta una crescita a doppia cifra della raccolta solo per le infrastrutture. La raccolta è polarizzata su operatori grandi e di consolidato track record per rendimento e distribuzioni ai LP. Il periodo di raccolta medio dei fondi è stato di 2 anni circa.

I dati sull’M&A europeo

In Europa nel 2025 gli investimenti sono cresciuti del 12-14% per controvalore e del 12,8% in termini di deal. Secondo Cervo, la sfida per il 2026 sarà la generazione di valore con operazioni di M&A. Per quanto riguarda l’M&A in generale, sono in atto trend secolari con impatto su molti settori: AI, quantum computing, robotica, nuovi assetti post-globalizzazione. Ciò rende l’M&A essenziale per trasformare i modelli di business.

Il private capital è un settore maturo, per cui ci vogliono strategie operative di creazione del valore. I leader di mercato sono su una traiettoria di sviluppo favorevole, mentre gli altri operatori arrancano. A suo avviso, l’outlook è positivo per il private capital per: l’importo significativo di dry powder, la necessità di vendere le aziende in portafoglio, le capacità innovative e creative degli operatori.

La situazione in Italia

Anna Gervasoni, direttrice generale di Aifi, ha sottolineato che il tasso di crescita dei finanziamenti bancari è di 1,1x contro i 10,6x di crescita delle masse gestite dagli operatori di private debt. Le imprese sono sempre più controllate dai fondi di private capital e pensano sempre meno a quotarsi. Ciò implica da un lato che le borse devono rivitalizzarsi, dall’altro che il private capital assume un ruolo sempre più importante nell’apertura del capitale delle imprese.

Nel 2000-2023 il private capital è cresciuto di 20 volte e le masse attese sono di 3 trilioni di dollari entro il 2030. I primi 5 operatori al mondo per masse hanno raccolto 4890 miliardi di dollari nel 2020-2024. L’Italia non ha operatori così grandi, ma ha grande ricchezza privata. Per raccogliere di più e contrastare la crisi della raccolta, bisogna rivolgersi sempre più alla ricchezza privata, stimata al 22% nel 2032. Le assicurazioni dovrebbero investire di più nel private capital.

Nel private equity globale sono stati investiti 660 miliardi di dollari, mentre in Italia solo 12 miliardi di euro (+21% dal 2024), con focus sul mid-market. Il 73% dei volumi del private equity italiano è riconducibile agli operatori internazionali. In Italia nel 2025 ci sono state exit per 4,7 miliardi di euro (-19% dal 2024). Le exit sono state meno, più grandi.

I commenti

“La struttura produttiva delle imprese è mutata nel tempo e sta continuando a cambiare, serve finanza intelligente che le capisca. Oggi il private equity ha in portafoglio circa 2.600 aziende che sono cresciute e si sono internazionalizzate grazie all’apporto di operatori pazienti, capitale umano e finanziario fondamentale per il loro sviluppo”, dichiara Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi.

“Il ruolo del private capital è stato decisivo nel tempo per la trasformazione dell’industria italiana. Nei prossimi anni vedremo più propensione all’investimento in questa asset class e una maggior attitudine delle imprese a ricorrere a questo strumento per affrontare la transizione e le sfide tecnologiche. Il settore del private capital è cambiato e continuerà a cambiare; tecnologia e contesto normativo muteranno la struttura del settore, ma non la sua missione, quella di essere sempre più il partner dello sviluppo delle imprese”, afferma Anna Gervasoni, direttrice generale di Aifi.

Per quanto riguarda il private debt, “a differenza di quello americano, quello italiano ha poca umoralità tra i sottoscrittori, che sono istituzionali. Inoltre, il suo sottostante sono imprese solide e sono presenti presidi di diversificazione e normativi, per cui non ci sono grandi rischi da noi”, aggiunge Gervasoni.

“A livello globale, il private capital – e in particolare il private equity – è ormai un’industry matura, caratterizzata da un’elevata competitività. Gli investitori mostrano una crescente selettività nell’allocazione dei capitali, privilegiando operatori di grande dimensione o con una forte specializzazione, capaci di offrire un track record solido, non solo in termini di generazione di rendimenti, ma anche di distribuzione di liquidità agli investitori (Distributed to Paid-In capital, DPI). Le dinamiche del settore stanno assumendo una forma sempre più ‘K shaped’, a velocità contrapposte: i leader di mercato beneficiano di trend particolarmente favorevoli, mentre per gli altri operatori le sfide aumentano”, commenta Stefano Cervo, partner di Kpmg ed head of private equity,

valentina.magri@lcpublishinggroup.com

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