Nasce il peer to peer lending

Dal 2012 al 2014, i prestiti bancari alle imprese, principalmente a causa della stretta creditizia, sono crollati di 84 miliardi di euro, stando all’ultima ricerca di Equita Sim e Università Bocconi. E il mercato dei capitali ha colmato solo per metà questo gap lasciato dalle banche: la raccolta obbligazionaria, nello stesso periodo, è aumentata infatti di 41 miliardi, ma il saldo resta negativo per 43 miliardi.

Sono cifre che fanno capire come oggi trovare forme di finanziamento alternativo a quello bancario, dal quale dipende il 90% delle piccole e medie imprese italiane, sia diventata più un’urgenza che una necessità e non solo per una questione di credit crunch. Anche con i tassi al minimo, gestire un piccolo fido da 20 mila euro a un’azienda con dieci addetti e un fatturato inferiore al milione per acquistare un nuovo macchinario non conviene alle banche.

Ed è qui che entra in gioco il fintech, in particolare con il lending online. «Il mercato del lending svolto tra privati è in grande crescita e le stime sul peer to peer lending, in particolare, parlano di un valore pari a 64 miliardi di dollari nel 2016», spiega Antonio Lafiosca. socio e chief operating officer di BorsadelCredito.it, startup italiana fondata da Alessandro Andreozzi e Ivan Pellegrini nell’ottobre 2013 e una delle tre realtà attive nel nostro Paese nel settore del lending assieme a Smartika e Prestiamoci, specializzate nei prestiti fra singoli e non dedicati alle imprese.

Due milioni erogati in sei mesi
Nata come piattaforma digitale di brokeraggio per il credito alle aziende, da settembre 2015 BorsadelCredito.it ha avviato il proprio canale del P2P lending come primo operatore per le aziende in Italia in qualità di istituto di pagamento autorizzato da Banca d’Italia. A dicembre il gruppo ha ottenuto un milione di euro di investimento dal venture P101 e in sei mesi di attività P2P, la piattaforma conta 116 prestiti erogati per un ammontare pari a 1,6 milioni di euro («e probabilmente arriveremo a due milioni entro la fine del mese», aggiunge Lafiosca) con un tasso medio di interesse pari a 5,75%. L’obiettivo, spiega, «è chiudere il 2016 tra 50 e 100 milioni». Una cifra possibile se si pensa che Funding Circle, attivo dal 2010 tra Regno Unito e Usa, ha ormai superato il miliardo di dollari.

A rendere vincente questo tipo di portali è la loro semplicità: «La nostra piattaforma – spiega Lafiosca – rappresenta un punto di incontro tra chi ha bisogno di credito, soprattutto piccole imprese, e chi ha un surplus finanziario e ha intenzione di investirlo in maniera alternativa». Il sistema, alternativo al canale bancario, si pone dunque tra un lender classico e il crowdfunding ed è solo online, una caratteristica che garantisce una maggiore velocità di azione: «Siamo in grado di garantire un prestito in tre giorni lavorativi, senza lungaggini burocratiche e senza firmare alcun foglio di carta. Il contratto infatti avviene digitalmente o via sms».

L’imprenditore, inoltre, «non deve sostenere costi nascosti, come per esempio quelli relativi all’apertura di nuovi conti, e nella maggior parte dei casi non paga commissioni di utilizzo».

Il coinvolgimento degli istituzionali
Quello del lending online, sostiene Lafiosca, è dunque un fenomeno destinato a crescere sempre di più: «Fino a quando gli istituti di credito non cambieranno i propri costosissimi processi di distrubuzione, questi modelli di finanza alternativa recupereranno sempre più terreno», aggiunge il coo. Tuttavia, per compiere il vero salto di qualità, «servirebbe innanzitutto un’equiparazione delle piattaforme a livello regolamentare e dei benifici fiscali per chi decide di investire in questo tipo di finanza, ma anche incentivi a livello di liquidità provenienti da fondi europei o statali», evidenzia. Ad esempio, aggiunge, «nel Regno Unito la creazione e lo sviluppo di queste piattaforme sono agevolate a livello governativo e ora il mercato vale 7 miliardi di sterline».

Ma la vera svolta ci sarà quando le banche e gli investitori istituzionali inizieranno anche loro stessi a investire capitali in queste piattaforme». In questo senso, il gruppo è al lavoro, con alcune banche e società di investimento, per creare un fondo che raccolga capitali istituzionali e che, anticipa Lafiosca, dovrebbe essere operativo entro il 2016.

Reputazione online
Ma come funzionano esattamente queste piattaforme? I soggetti in gioco sono due: da un lato ci sono i richiedenti, ossia le imprese.
Il loro compito è compilare la propria l loro compito è compilare la propria “richiesta di fattibilità del credito” tramite un form presente sul sito. La richiesta contiene informazioni quali l’importo richiesto, la durata del rimborso, i dati anagrafici dell’impresa quali ad esempio il bilancio, la visura camerale, i dati reddituali ecc, e le informazioni non pubbliche. Gran parte dei dati però viene da Internet: «Alla base di questa ricerca online che facciamo sulle imprese ci sono due premesse, innanzitutto sul web mettiamo un numero di informazioni decisamente maggiore rispetto a quando, ad esempio, compiliamo un modulo in banca. In secondo luogo, non sempre il bilancio di un’azienda è totalmente privo di aggiustamenti fiscali. Per questo, quando esaminiamo la richiesta di un potenziale richiedente, valutiamo anche la reputazione online», ossia i profili sui vari social network e sulle piattaforme di recensione come Tripadvisor. «Dalle recensioni e dalle interazioni di un ristorante, ad esempio, possiamo calcolare un numero approssimativo di coperti e quindi un ricavato medio di quell’attività», spiega Lafiosca, secondo il quale è questo «il futuro della valutazione creditizia».
La richiesta viene poi valutata dal team di BorsadelCredito.it ed entro 24 ore dall’inoltro si procede con una telefonata al richiedente e successivamente l’avvio delle pratiche. Il fido arriva direttamente sul conto del richiedente in tre giorni lavorativi.

Prestatori di tutte le età
Dall’altra parte, i potenziali prestatori iscritti al sito scelgono quanto prestare e la durata del prestito, ma anche il tasso di investimento e la tipologia di azienda. Si tratta soprattutto di persone fisiche, quindi investitori retail, di qualsiasi età e occupazione. In particolare, rileva il centro ricerche della piattaforma, il 92% della community è formato da uomini con un’età media di 44 anni anche se lo strumento, evidenzia la ricerca, attira anche investitori piuttosto giovani – il più giovane ha 19 anni – o di mezza età. Tuttavia l’online affascina anche i più maturi: «Il nostro prestatore più anziano ha 88 anni». Il ticket ha un taglio medio pari a 5 mila euro, fino a un massimo di 50 mila ogni singolo prestatore. Un importo, spiega Lafiosca, imposto da Bankitalia ma che è ottimale anche in ottica di diversificazione del portafoglio.
Nel mezzo c’è il team di BorsadelCredito che chiede a chi presta «al massimo l’1% annuo sulle somme prestate e non ancora restituite». Chi invece riceve il prestito «paga una commissione di istruttoria variabile in base alla sua classe di rischio e che va dai 500 euro a un massimo di 3 mila euro per gli importi più grandi, una cifra che riteniamo più competitiva rispetto a quella richiesta delle banche», aggiunge, anche per via del modello stesso che è «più sostenibile: non abbiamo problemi legati alla volatilità della Borsa, il nostro è un lavoro asincrono rispetto ai mercati ma legato all’economia reale. Inoltre la filiera è molto più corta, c’è solo un interlocutore e tutto è digitalizzato».

Valutazione dei rischi
Il richiedente, sempre in base alla sua classe di rischio, «paga inoltre una commissione, un “premio” in base alla loro classe di rischio, che confluisce in un fondo di garanzia per i prestatori che interviene nel momento in cui il richiedente cominci a non ripagare, per mitigare così il rischi di inadempienze», spiega Lafiosca. Questo fondo di protezione rappresenta una sorta di «assicurazione che copre le perdite attese e interviene per rimborsare le quote di capitale eventualmente non restituite dai richiedenti. Solo in caso di incapienza del fondo, il rischio di credito resta in capo al prestatore».
Per mitigare ulteriormente questo rischio, la piattaforma ha deciso di puntare sulla diversificazione: «L’investitore presta a una singola impresa circa l’1% del suo investimento totale in modo da portare avanti tanti micro-prestiti a soggetti diversi», oltre che a una valutazione del profilo dell’azienda: «La nostra analisi – evidenzia Lafiosca – è molto approfondita, nonostante avvenga in 24 ore, grazie all’integrazione con numerose banche dati, procedure semi-automatiche di valutazione e competenza dei nostri credit analyst. Inoltre non prendiamo in considerazione, ad esempo, le startup, che hanno bisogno di equity più che di debito, ma solo aziende attive da almeno 12 mesi e con almeno 50 mila euro di fatturato, quindi quelle che hanno un minimo di storia e di vissuto alle spalle». Aziende, quindi «di piccole dimensioni» che però sono «spesso più affidabili perché in gioco ci sono gli investimenti dell’imprenditore stesso, che è legato in prima persona all’attività». È per questo che «non chiediamo garanzie, ipoteche o fidejussioni: se il cliente non ci convince con la sua storia, la sua reputazione online e i flussi di cassa, non lo farà dandoci qualche garanzia che poi è difficile da recuperare, soprattutto nel caso degli immobili».

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