venerdì 03 lug 2020
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Il private equity secondo Neuberger Berman

Il private equity secondo Neuberger Berman

Con 1,62 trilioni di dollari, il mercato europeo degli alternative asset è il secondo più grande al mondo, con un ecosistema formato da oltre 6.300 fund manager differenti e 3mila investitori istituzionali. Il private equity in particolare, con i suoi 559 miliardi di euro di valore nel 2019, è cresciuto a ritmo del 25% negli ultimi quattro anni, segno di una maturazione complessiva del mercato e di un maggiore interesse da parte degli investitori istituzionali. Quello del vecchio continente resta però un mercato complesso, dove la strategia di investimenti deve fare i conti – più di quanto accada in altri mercati – con le incertezze politiche, le guerre commerciali e sopratutto con la maggiore attenzione verso la sostenibilità e su tutto ciò che è esg (environmental, social e govenance).

«Quello europeo è un mercato che sconta molto le incertezze e la volatilità ma resta uno dei principali per una società come la nostra e per tutti i grandi player statunitensi e non», spiega Joana Rocha Scaff (nella foto), managing director e head of private equity team Europe di Neuberger Berman, che a MAG illustra la strategia di investimento di una delle principali società di investimento statunitensi, presente in 23 paesi e con 356 miliardi di dollari gestiti (al 31 dicembre 2019) dei quali 98 sono investimenti alternativi (private equity, hedge fund, alternative credit). E se sul fronte delle imprese «dobbiamo essere preparati a alla fase discendente del ciclo», spiega, «la sostenibilità sarà il primo driver e ci consentirà di generare interessanti ritorni», dice Scaff.

Con oltre 30 anni di esperienza in private equity, Nb ha investito una media di 10 miliardi di dollari all’anno negli ultimi tre anni e circa il 14% del totale degli asset fa riferimento all’area Emea. In Italia la società opera attraverso Nb Renaissance, la joint venture con Intesa Sanpaolo nata nel 2015. Oggi lla piattaforma NBRP gestisce attualmente fondi per un totale di 1,5 miliardi di euro attraverso tre fondi e ha investito in 17 aziende fra cui le acquisite di recente Farnese Vini e Rino Mastrotto Group.

 

Dott.ssa Scaff, quale è la vostra view sul mercato europeo del private equity?

Il private equity europeo è un mercato molto importante, è il secondo più grande a livello globale e conta per il 25-30% dei buyout complessivi. È un mercato molto variegato, ha un ecosistema molto ampio con tanti player con una storia e un track record di rilievo anche se in questi anni ha scontato sui ritorni – sicuramente più del nord America – la volatilità che ha caratterizzato e sta ancora caratterizzando parte del Vecchio Continente. D’altronde parliamo di una regione che non esiste realmente, è un insieme di nazioni differenti ognuna con la propria lingua, politica, cultura e regolamentazione e per questo ci sono delle zone di incertezza e instabilità politica che creano volatilità e quindi ritorni differenti. Detto questo, l’Europa resta un mercato fondamentale e sotto certi aspetti comparabile a quello Nord americano. Noi siamo degli investitori attivi in Europa e negli anni abbiamo significativamente incrementato la nostra presenza, benché le nostre radici siano negli Usa.

 

Quale è la vostra strategia e il vostro focus?

Dal punto di vista di fondo di fondi, abbiamo puntato sulla costruzione di team e strategie pan-regionali tali da poter mitigare la volatilità di ogni singola nazione di cui parlavo prima. Uno degli elementi principali della nostra strategia è che in ogni paese di interesse le competenze e il focus del team locale siano rivolti a quella che è la forza economica del paese. Pensiamo ad esempio ai fondi dedicati all’industria in Germania, a quelli orientati alla tecnologia nei Nordics, alle opportunità nei servizi finanziari e di business in Regno Unito: nel momento in cui ci concentriamo su una regione, ci assicuriamo che le competenze dei manager e le loro strategie siano allineate con quella che è la forza economica di quella regione.

 

E sul fonte degli investimenti diretti?

Attualmente stiamo investendo tenendo conto del fatto che nei prossimi quattro o cinque anni ci sarà un downturn economico. I mercati sono ciclici, questo ciclo in particolare è durato più a lungo di quelli avuti finora. A un certo punto dovrà esserci per forza una correzione e a questo ci stiamo preparando.

 

Che cosa significa questo per la vostra attività?

Significa soprattutto che investiamo in aziende leader nei propri settori, le quali…

 

Per proseguire nella lettura scarica gratis il numero 135 di MAG

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