Private market, le prospettive degli operatori al Salone del Risparmio 2026
I private market sono sempre più oggetto d’interesse da parte degli asset manager e dei consulenti finanziari. Lo dimostrano le conferenze dedicate al tema dell’edizione 2026 del Salone del Risparmio, conclusasi oggi, e i numerosi professionisti che le hanno seguite con interesse a Milano nei giorni scorsi.
Alessandra Balbo, responsabile della cabina di regia per il mercato dei capitali del Mef, ha chiarito: “Per canalizzare il risparmio verso gli investimenti, il sistema delle regole per i mercati finanziari deve costituire un fattore abilitante per lo sviluppo dell’intero ecosistema finanziario e soprattutto per i private markets. Il percorso avviato con la riforma del Testo Unico della Finanza è il primo passo di un percorso virtuoso di dialogo e confronto con il mercato”.
Il punto di vista di Assogestioni sul private market
Cinzia Tagliabue, presidente del comitato private markets e alternativi di Assogestioni, ha messo in evidenza come in prospettiva, i mercati privati rappresentino un’opportunità strategica tanto per i risparmiatori quanto per gli operatori: “Offrono una fonte ulteriore di diversificazione dei portafogli, l’accesso ai premi per l’illiquidità e un collegamento più diretto con l’economia reale. Tutto questo, però, richiede prodotti correttamente strutturati e una piena consapevolezza dei rischi e degli orizzonti temporali da parte degli investitori”.
Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni, ha evidenziato: “L’Italia arriva in ritardo nei private market perché da noi il mercato istituzionale è meno sviluppato che altrove. L’Italia invece è forte nel mondo del wealth, che ha fatto da apripista rispetto ai private market. Siamo un paese benchmark nei servizi al wealth. I family office hanno una quota significativa negli asset alternativi, mentre il private banking è relativamente più indietro. I mercati privati offrono grandi opportunità perché una quota sempre più rilevante della creazione di valore avviene al di fuori dei mercati quotati e perché questi strumenti possono convogliare risorse verso progetti di lungo periodo dell’economia reale. La sfida decisiva è però culturale: l’illiquidità non è un dettaglio tecnico, ma una caratteristica intrinseca di questa asset class. Per questo sono indispensabili consapevolezza, criteri di adeguatezza chiari e una comunicazione efficace”.
Luca Giorgi, vicepresidente del comitato private markets e alternativi di Assogestioni, ha sottolineato: “Il wealth management si trova, oggi, di fronte a una svolta: i mercati privati non sono più una nicchia, ma una componente essenziale per costruire portafogli più resilienti e maggiormente allineati alle esigenze di un investitore che guarda al lungo termine e alla creazione di valore reale. clienti private italiani hanno circa 1% dei private mkt. I private market valgono 15 trilioni di dollari a livello globale, come gli Etf. Sono previste masse di 25 trilioni di dollari entro il 2030. I private market oggi sono inseriti negli Eltif, soprattutto quelli 2.0 evergreen dal 2024. A livello di asset class, è presente soprattutto il private credit, forse perché mima i portafogli dei mercati quotati, dove dominano i bond. Gli Eltif evergreen europei valgono 10 miliardi di dollari. Dominano private credit e infrastrutture. Ad oggi esistono 9 Eltif 2.0 multi-alternativi disponibili in Ue, lanciati soprattutto nel 2024 e 2025″.
Il parere degli operatori
Mauro Sbroggiò, ceo di Finint Investments, ha ricordato che “meno dell’1% dei risparmi degli italiani sono investiti in economia reale. Non è una situazione sensata. Gli Eltif possono fungere da ponte verso investimenti di lungo perido nell’economia reale. Per estrarre valore, gli operatori devono identificare bene la target (una pmi), educando l’imprenditore e finanziandolo. Un lavoro complesso da fare in Italia”.
Federico Vettore, European head of private markets for wealth di Morgan Stanley, ha notato una differenza importante tra mercati pubblici e privati: “Nei mercati pubblici l’universo investibile è comune a tutti, mentre nei private market bisogna cercare l’opportunità. La generazione di alfa dipende dalla capacità di fare sourcing dei deal. A suo avviso, è meglio optare per Eltif multialternativi e dedicare un veicolo appropriato per ogni strategia. “Alcune asset class non sono adatte a veicoli semiliquidi. Auspico che sia sviluppata un’offerta di prodotti nell’asset management che ne tenga conto. In Usa i fondi semiliquidi vanno verso una liquidità mensile, non trimestrale”.
Per Guglielmo De Martino, senior investor, alternative portfolio solutions di BlackRock, ha puntualizzato che “con i private asset, la costruzione del portafoglio avviene nel tempo”. A suo parere, occorre semplificare accesso ed esposizione ai fondi evergreen. Karim Leguel, Emea private markets specialist di J.P. Morgan Asset Management, ha chiarito che “il mondo evergreen esiste da tempo, ma la novità è trasferirlo alla clientela wealth. In tal senso, sono importanti formazione e trasparenza sui private market. Questi ultimi possono assorbire molti soldi, ma il rischio è che il gestore perda la disciplina, come avvenuto in Usa con il private credit. Serve tempo per accumulare e per godere degli effetti dell’accumulo”.
Sul tema della formazione, Chiara Calì, head of group funds (public, private and fund selection) e portfolio management di Unicredit, ha ricordato che secondo una ricerca di Preqin, il 60% dei consulenti finanziari vorrebbe collocare i private market, ma non si sente equipaggiato per proporre questa soluzione ai clienti. E ha chiosato: “I consulenti per primi devono sentirsi nelle condizioni di proporre questo tipo di prodotto. Bisogna aumentare la consapevolezza dell’importanza dei private market e di strumenti alternativi in portafoglio rispetto a bond e azioni. A tal fine, serve costruire offerta dedicata per dare accesso agli alternativi, formare i private banker e i clienti, sgomberare il campo da elementi di breve periodo e spostare focus sul lungo periodo, perché i rendimenti saranno generati in futuro”.
Roberto Lamonica, cio e responsabile della direzione patrimonio di Inarcassa, la cassa di previdenza per ingegneri e architetti liberi professionisti, che ha investito circa 6 miliardi di euro nei private asset, ha messo in guardia dai rischi dell’apertura dei private asset al retail: “Molti asset manager di private market sono stati acquisiti da operatori globali. Ciò comporta l’apertura al retail e volgarizzazione dell’asset class, che porta con sé un decadimento della qualità del management. Inarcassa pertanto sta conducendo due diligence più approfondite: non guardiamo solo al track record del gestore, ma anche come ha creato valore”.
Andrea Perlini, responsabile fund selection e alternative investments di Fideuram, ha affermato che insieme al suo team di selezione degli alternativi della banca, che conta 12 professionisti, “cerca di capire la ricetta segreta del gestore (come crea valore e cosa ha di diverso dagli altri; struttura e sistemi di incentivazione del team; come originano gli investimenti), performance e aziende sottostanti ai portafogli. Per gli strumenti evergreen, bisogna esaminare anche come è costruito il portafoglio, in particolare se esiste il deal flow necessario e le fonti della liquidità dello strumento. Sono fondamentali: l’educazione finanziaria sui private market; dei dati che suffraghino la creazione di valore per il portafoglio apportata dai private market; trasparenza”.
Su questo fronte, Greta Teot, executive director, head of private markets di Mediobanca Private Banking, ha rimarcato in questa intervista a Financecommunity: “Su richiesta dei nostri clienti, abbiamo migliorato la trasparenza e il monitoraggio dei private market su base mensile per i fondi evergreen e trimestrale per i fondi chiusi. Abbiamo un team dedicato ai private market, che serve un centinaio di private banker di Mediobanca. Serve una partnership tra gestori e distributori per arrivare ai private banker e fornire dati ai clienti finali”.
L’ultimo private equity sbarcato in Italia per proporre soluzioni di investimento “chiavi in mano” rendendo accessibile il private equity a una clientela privata sofisticata è Altaroc, che ha aperto il suo ufficio a Milano lo scorso febbraio. Per rispondere alle diverse esigenze degli investitori, ha sviluppato tre strategie complementari:
- Global Evergreen: destinata a investitori che desiderano un’esposizione immediata a un portafoglio già investito, eliminando la “curva a J” e incorporando meccanismi di liquidità;
- Horizon: un approccio programmatico che consente investimenti progressivi nel tempo, tramite vintage annuali e un’allocazione disciplinata;
- Infinity: soluzione altamente personalizzata, rivolta a investitori che intendono costruire un portafoglio su misura di private equity, con una prospettiva di lungo termine e un sistema di governance dedicato. In particolare, la strategia Infinity ha raccolto oltre 350 milioni di euro da circa cento imprenditori francesi negli ultimi 12 mesi.
“Riteniamo che anche gli imprenditori italiani presentino una propensione analoga, con un forte interesse verso investimenti nell’economia reale su orizzonti temporali estesi”, ha spiegato la country manager per l’Italia Barbara Galliano ai microfoni di Financecommunity.
Candriam invece investe da 6-7 anni nei private market, anche in Italia. Investe direttamente o attraverso delle boutique partner, ha raccontato a Financecommunity il branch general manager Italy di Candriam, Matthieu David: “Abbiamo deciso di farlo perchè attraverso tutte le boutique nostre consorelle che investono in private equity, private debt o real estate, abbiamo un focus particolare sulle società di piccole o medie dimensioni. Fanno riferimento a un universo molto frammentato, con delle specificità che vanno comprese per essere sicuri di fare degli investimenti in consapevolezza. Questo è il motivo per cui abbiamo nella nostra organizzazione nei paesi in cui siamo presenti delle figure che chiamiamo in gergo originator, che vanno ad incontrare le aziende e parlano la loro lingua”.
In merito ai rischi del private debt, emersi a seguito di quanto avvenuto in Usa, secondo Francesco Maino, portfolio advisor di Wellington Management, ha affermato: “Negli ultimi mesi il mercato sta scontando alcune difficoltà che si sono verificate sul mercato del debito privato. Difficoltà che non pensiamo possano essere strutturali, né possano creare una bolla sul mercato complessivo. Detto ciò, comunque bisogna stare attenti perché è ovvio che le imprese hanno lavorato un po’ più a leva e meno sulla qualità dei sottostanti. L’asset class rimane comunque interessante, in maniera specifica per gli investitori italiani, che sono un po’ scarichi di asset privati. Probabilmente il mercato non è ancora maturo abbastanza per una divulgazione significativa. Nei prossimi anni vediamo molto bene questa asset class, combinata ai mercati quotati, proprio in funzione del fatto che le aspettative di rendimento future della maggior parte degli asset azionari e obbligazionari tradizionali saranno molto più basse rispetto agli ultimi 15-20 anni”.
In foto, da sinistra a destra: Luca Giorgi, Andrea Perlini, Greta Teot e Chiara Calì