domenica 16 mag 2021
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Vescuso (Glasford International): “Come emerge un under 40 della finanza? Con pensiero laterale e visione”

Vescuso (Glasford International): “Come emerge un under 40 della finanza? Con pensiero laterale e visione”

La pandemia non ha fermato l’attività di fondi di investimento e consulenti e con essi neanche le possibilità di crescita dei giovani professionisti che vi lavorano. Anzi, gli under 40 di oggi “sono molto meno avversi al rischio imprenditoriale rispetto a un decennio addietro”, osserva in questa intervista Lorenzo Vescuso (nella foto), senior consultant per Glasford International Italy, che si occupa da anni di progetti di executive search nell’ambito e a supporto delle operazioni straordinarie, interagendo con tutti gli attori coinvolti in un momento di discontinuità aziendale. Glasford International opera con un approccio che si realizza nella connessione generativa tra la cultura dell’impresa e la vocazione del manager, si amplifica in piani di successione aziendale e si perfeziona in progetti volti alla valorizzazione del capitale umano dell’azienda.

Così come nel pre-covid, continua Vescuso, oggi per emergere un under 40 della finanza ha bisogno di “visione strategica e comprensione degli scenari macroeconomici”, assieme a una “curiosità intellettuale” per creare  “una combinazione distintiva di un profilo professionale”.

Dott. Vescuso, quale è la situazione degli under 40 nel mondo della finanza italiana oggi?
Per rappresentare una istantanea realistica circa l’attuale situazione professionale degli under 40 nel mondo della finanza, credo sia importante distinguere due piani di riflessione, in quanto le banche d’affari e i fondi di private equity, pur integrandosi all’interno della stessa value chain delle operazioni straordinarie, presentano sostanziali differenze organizzative, che si traducono in differenti proiezioni di crescita.

Mentre lato advisory la traiettoria professionale dei giovani bankers è apparentemente più lineare, fino ad un tetto di “up or out” il quale rappresenta il vero discrimine per divenire un decision maker (premiando quindi resilienza e abilità relazionali), nel private equity è invece più complicato intravedere decisori under 40 in relazione alla natura stessa del business. Non è agevole per un giovane professionista raccogliere la fiducia prima, e il commitment in seguito, degli investitori in presenza di età anagrafica ed esperienze contenute: il trust con questi ultimi viene spesso misurato sul track record, il che necessariamente implica esperienza, la quale spesso coincide con seniority.

Tuttavia, il paradigma seniority-track record-trust è ultimamente oggetto di rivisitazione: sono diverse le iniziative sorte ed autorizzate tra la fine del 2019 e il 2020 all’interno delle quali i founder sono ragazzi under 40 (penso ad es. agli amici Roberto Giudici e Anna Guglielmi di Entangled Capital, ma come loro vi sono almeno altre due iniziative similari). Allo stesso modo, alcuni private equity internazionali hanno affidato la guida (Federico Quitadamo per EQT) o ruoli di responsabilità (Camillo Mekacher Vogel per Mutares) a professionisti molto brillanti ancorché anagraficamente giovani.

Nondimeno, anche in diversi operatori domestici si inizia a notare un sempre crescente peso decisorio di professionisti under 40. Per non dimenticare, infine, delle molteplici iniziative che stanno sorgendo nel venture capital con focus medtech e farma, con una forte attenzione alla sostenibilità e agli impatti ESG, argomenti propri di ragazzi tipicamente under 40, molto più sensibili ai temi di cui sopra rispetto ai loro colleghi più esperti.

Ecco, la buona governance di questi giovani che uniscono talento, visione e competenze, sembrerebbe confermare la messa in discussione del suddetto trinomio aprendo gli spazi ad una nuova generazione di decisori.

Quali sono le loro prospettive di carriera oggi? Ci sono differenze rispetto a un decennio fa?
Dal punto di vista delle prospettive e dello sviluppo di carriera nel mondo della finanza non noto in realtà grandi differenze rispetto a qualche anno fa: la traiettoria è sostanzialmente la stessa. È l’approccio a essere cambiato radicalmente, oltre a esser mutato irreversibilmente lo scenario intorno a noi negli ultimi dieci anni (nell’ultimo anno ancor di più): gli under 40 di oggi sono molto meno avversi al rischio imprenditoriale rispetto ad un decennio addietro, notiamo una forte propensione nel mettersi in discussione in prima persona in contesti in startup o dalle dimensioni più contenute accettando l’esposizione al rischio come inevitabile rovescio della medaglia dell’opportunità. Questo è sicuramente uno dei fattori chiave per l’emersione dei nuovi decision maker under 40, combinato ad uno scenario globale contraddistinto da una notevole liquidità e da tassi di interesse ai minimi.

Quali sono le principali difficoltà che incontrano?
Per quanto concerne le difficoltà che un professionista della finanza può incontrare lungo il suo percorso professionale, avvicinandosi ai quaranta anni, ritengo esse siano ascrivibili a componenti tra loro convergenti: una di matrice causale, la seconda di matrice soggettiva. Date per assunte le competenze tecniche e le abilità relazionali (in assenza delle quali risulta difficile ipotizzare una carriera di successo), nel primo caso bisogna dire che le opportunità di successo non dipendono solo dalle abilità del professionista: su di esse impatta la circostanza di trovarsi al posto giusto (azienda, visione strategica del management, deal) al momento giusto (ciclo economico espansivo, circostanza favorevole di mercato, nuova sensibilità dei regolatori o dei decisori politici). Al contempo, dipendono soprattutto dall’individuo la capacità di lettura e di comprensione degli scenari in cui opera.

Quando ci si trova in questa delicata età anagrafica, nella quale si è già “giovani esperti” ma non ancora anagraficamente “senior” ogni scelta professionale deve essere necessariamente ponderata con un supplemento di riflessione. Credo sia responsabilità di chi opera, a diverso titolo, in questo ambito riconoscere la delicatezza delle scelte di questi protagonisti che, proprio attraverso le azioni di oggi, disegnano presente e futuro della finanza di domani. Nel corso degli ultimi sette anni ho contribuito a molti dei passaggi di carriera di questi under 40, interrogandoli e supportandoli rispetto ad un primo bilancio professionale da fare a livello personale, nello stesso modo con cui è solita interrogarsi e leggere il mercato l’azienda cliente che rappresento e supporto in quel momento. È nell’incontro tra obiettivi strategici dell’azienda e strategia personale/professionale del manager che nascono le opportunità di valore.

Detto ciò, distaccandoci da questo livello per guardare al business, credo che la difficoltà maggiore sia rappresentata dalla capacità di anticipare i trend di mercato, o quanto meno di intravederli prima che si generi l’effetto affollamento (circostanza valida soprattutto per il private equity): sembra un assunto apparentemente banale, in realtà è forse dirimente nella valutazione professionale sul medio lungo periodo di un operatore del settore.

Quali caratteristiche occorrono a un giovane nella finanza per riuscire a emergere nel mercato moderno?
A mio modo di vedere, al giorno d’oggi un professionista del mondo della finanza non può prescindere dalla capacità di sviluppo del pensiero laterale: un mindset analitico non è più sufficiente per poter fare la differenza. Serve visione strategica e comprensione degli scenari macroeconomici, le quali, unite ad una forte curiosità intellettuale, diventano vera e propria leva competitiva per essere valutato positivamente in un mercato in costante mutamento. Allo stesso modo, non possono essere trascurate quelle caratteristiche soggettive tipiche di una professione molto demanding come la finanza: extra-mile approach, commitment e dedizione rappresentano tre soft skills delle quali ogni professionista operante in questo mercato non può esser sprovvisto.

 

 

(Photo credit Roberta Sciruicchio)

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