Salgono del 31% i deal del private equity in Italia nel 2025. Lo certifica l’Osservatorio Pem

Nel 2025 sono stati chiusi 551 deal di private equity in Italia, in aumento del 31% rispetto
alle 419 del 2024. Si tratta il miglior risultato nella storia dell’Osservatorio Pem della Liuc Business School, che ha realizzato il monitoraggio, presentato ieri a Milano da Francesco Bollazzi, responsabile dell’Osservatorio Pem e docente all’Università Liuc.

Il Private Equity Monitor Index PEM-i segnala livelli di attività mai registrati in passato, confermati dalla presenza nel 2025 dei due valori trimestrali più alti nella storia dell’Osservatorio (mediamente 137,75 operazioni a trimestre, con intensità massima nel quarto trimestre a 181 deal conclusi). Si conferma nuovamente in crescita, dopo il calo del 2023 e la ripresa del 2024, il multiplo medio EV/EBITDA, che si attesta a 11,6x rispetto al 11,1x del 2024.

I dati dell’Osservatorio Pem relativi al 2025

Tutte le categorie di operazioni confermano il proprio peso all’interno del mercato, con la conferma in particolare del ruolo di primo piano dei buy out (82% vs 81% nel 2024), anche grazie alla sempre nutrita presenza di add-on.

Gli operatori attivi sono 291, con 27 di essi che si affacciano per la prima volta sul mercato italiano. Gli operatori internazionali rappre- sentano il 59% dell’attività complessiva, in aumento rispetto all’ultimo triennio81% delle operazioni è riconducibile ad operatori di private equity tradizionali, il restante 19% alle altre categorie di operatori attivi sul mercato del capitale di rischio, in particolare le holding (10%).

Tra gli operatori più attivi, il podio nel 2025 vede al primo posto Xenon Private Equity (19 deal), seguito da Investindustrial (14) e Ardian (12). Le operazioni di add-on, finalizzate a processi di aggregazione industriale, sono state 293: in aumento rispetto al 2024.

Le imprese private e familiari, seppur in leggero calo (66% vs 70% nel 2024), continuano a rappresentare larga parte delle opportunità di investimento, seguite da secondary buy out (15%) e altre motivazioni generiche, tra cui la dismissione di rami d’azienda domestici (10%).

A livello regionale, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna costituiscono il 60% dell’intero mercato, che vede anche un buon contributo da Lazio, Piemonte e Toscana. I prodotti per l’industria e beni di consumo rimangono settori con elevata frequenza, ma il mercato evidenzia con chiarezza la conferma di una graduale traslazione di interesse verso le filiere strategiche per il futuro, con particolare riferimento alla digitalizzazione ed alla transizione ecologica, nonché una crescente attenzione verso comparti storica- mente rilevanti, quali il terziario, l’alimentare e i servizi finanziari.

L’84% degli investimenti è indirizzato verso imprese che non superano un fatturato di 60 milioni di euro, ma non mancano interventi anche in aziende di maggiori dimensioni, in particolare nella fascia 101-300 milioni di euro. Il peso rilevante, all’interno del mercato, delle operazioni di add-on spinge verso una dimensione media inferiore delle target, rispetto al passato. Le target con fatturato oltre i 300 milioni di Euro, anche se talvolta riconducibili ad operazioni di minoranza, confermano di essere nuovamente oggetto di attenzione da parte degli operatori

Le platform company protagoniste nell’ambito delle strategie di crescita per linee esterne presentano dimensioni piuttosto variegate, spaziando da imprese con fatturato inferiore ai 60 milioni di euro (58%) a società con oltre 100 milioni di ricavi (36%).

A partire dall’ultimo quinquennio, si affianca alla mappatura del mercato italiano anche la ricognizione delle operazioni concluse all’estero da operatori di private equity italiani, nonché delle acquisizioni di target estere realizzate da imprese italiane, con la “regia” di un operatore in capitale di rischio

Nel corso del 2025, sono stati mappati 13 investimenti diretti (vs 12 nel 2024) all’estero condotti da operatori domestici e 56 add-on (vs 42 nel 2024) conclusi da aziende italiane in portafoglio ad operatori di private equity,

I mercati geografici target con maggiore concentrazione sono risultati essere Francia, Spagna, USA, UK e Germania. Con riferimento ai 13 investimenti diretti all’estero realizzati da operatori di private equity italiani, le aziende target operano con maggiore frequenza nei comparti relativi al terziario, all’healthcare e ai servizi finanziari. Analizzando, invece, le operazioni di add-on condotte all’estero da aziende italiane in portafoglio ad operatori in capitale di rischio, i settori industriali maggiormente intercettati risultano essere prodotti per l’industria, ICT, terziario e commercio all’ingrosso e al dettaglio.

I commenti

In merito alla crescente presenza degli operatori esteri in Italia, Alessia Muzio, responsabile ufficio studi e ricerche di Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt) ha ricordato che
Aifi ha condotto un’analisi su un orizzonte temporale di 10 anni e ha notato la crescita di operatori esteri interessati e attivi nel mercato italiano e la nascita di nuove tipologie di operatori, con un aumento di holding, family office e ricchezza privata. Questi operatori non tradizionali sono circa 250 e costituiscono il 16-20% del totale. Luca Bonifazi, managing director responsabile advisory & multi family office nonché responsabile della branch di Milano di Valori Asset Management, ha spiegato: “Gli imprenditori, specie dopo eventi di liquidità, sono a caccia di modalità di investimento nei private market perché gli permettono di entrare in nuove iniziative industriali, mentre i mercati quotati li annoiano”.

In merito alla crescita delle aggregazioni, Guidalberto Gagliardi, partner di Equity Factory, ha chiosato: “In passato i private equity creavano valore con leva finanziaria e performance organiche, attuando interventi di ordinaria gestione aziendale: accelerazione della crescita già impostata da imprenditore, creazione di efficienze e maggiore managerializzazione. Ora i fondi devono fare leva sul build-up. Occorre una visione strategica molto chiara affinché abbia successo”. Sul tema Luigi Terranova, ceo e managing partner di Riello Investimenti sgr, ha ammonito che, sebbene sia “necessario far crescere le pmi italiane, anche alla luce delle discontinuità geopolitiche in atto. Spesso le aggregazioni sono la somma di aziende non del tutto combinabili, volte a creare solo una somma di fatturati. Sarebbe meglio attuare 3-5 aggregazioni per piattaforma, portando a casa le sinergie”.

In merito alle difficoltà dei private equity, Filippo Guicciardi, ceo di Equita Mid Cap Advisory, ha commentato: “Oggi è difficile per i fondi uscire dagli investimenti nel settore industriale, quindi l’unico modo per creare valore è continuare ad aggregare, cercando di rendere vendibili le aziende. Ma c’è sempre il rischio di non riuscire a vendere comunque e, più in generale, che si blocchi M&A nel settore industriale”. Infine Luigi Tommasini, head of strategic initiatives di FII sgr, ha concluso che, alla luce dell’incremento del multiplo medio EV/Ebitda, “servono gestori capaci di far crescere l’ebitda delle aziende molto rapidamente, spesso tramite aggregazioni”.

valentina.magri@lcpublishinggroup.com

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