Quotazioni, ecco il decalogo delle imprese vincenti in borsa firmato da Intermonte e Politecnico di Milano

La quotazione in borsa può accelerare la crescita delle pmi italiane in termini di fatturato, occupazione e creazione di valore, a patto che adottino 10 buone pratiche. Le ha individuate la nona edizione dei “Quaderni di ricerca” di Intermonte, realizzati in collaborazione con il Politecnico di Milano.

Il decalogo per aver successo in borsa

Attraverso analisi di regressione statistica su un orizzonte di 1, 3 e 5 anni dalla quotazione, la ricerca ha identificato le variabili significativamente correlate con la performance di mercato nel medio-lungo periodo. Ecco 10 buoni pratiche:

1) Evitare management team troppo numerosi: una struttura esecutiva eccessivamente ampia è correlata negativamente con i prezzi di mercato. Il mercato apprezza organizzazioni snelle e focalizzate, capaci di decidere con efficacia.

2) Inserire clausole di lock-up: l’impegno degli azionisti esistenti a non cedere i titoli per un periodo determinato rappresenta un segnale credibile di fiducia nelle prospettive dell’azienda e si traduce in performance significativamente migliori nel medio-lungo periodo.

3) Fissare un capitale flottante opportunamente dimensionato: i best performer presentano un flottante medio del 42,1% (mediana 31,8%), un livello sufficiente a garantire liquidità al titolo senza diluire eccessivamente il nucleo di controllo.

4) Evitare un underpricing eccessivo nel collocamento iniziale: un pricing efficiente al momento dell’IPO
— né troppo prudenziale né speculativo — è segnale positivo per il mercato e si associa a performance migliori nel medio termine.

5) Preparare un piano credibile di acquisizioni per crescere: le società che conducono operazioni di M&A dopo la quotazione ottengono performance migliori. Il mercato riconosce e premia le strategie di crescita esterna come segnale di ambizione imprenditoriale e capacità di execution.

6) Assicurare un nucleo di controllo forte e autorevole fra i soci: un’elevata concentrazione proprietaria fra i principali azionisti è apprezzata dal mercato come garanzia di stabilità, visione di lungo periodo e allineamento di interessi.

7) Lavorare per incrementare la copertura degli analisti nel corso del tempo: la crescita del numero di analisti che seguono il titolo è positivamente correlata con i rendimenti e rappresenta l’obiettivo primario di un’efficace attività di investor relation.

8) Favorire la diversity di genere e anagrafica nel Cda: una maggiore rappresentanza femminile e un’età media del board intorno ai 50–52 anni sono correlate con valutazioni migliori. Il mercato premia la presenza equilibrata di esperienze diverse, sia in termini di genere che di generazione.

9) Evitare la presenza di amministratori con ruoli in altre società quotate: la presenza di consiglieri con incarichi multipli in altri Cda quotati è correlata negativamente con la performance, in quanto percepita come potenziale fonte di minore focalizzazione o conflitti di interesse.

10) Mantenere un vantaggio competitivo durevole: al di là di tutte le variabili strutturali e di governance, la condizione necessaria e indispensabile per ottenere un riconoscimento duraturo dal mercato rimane la qualità del progetto imprenditoriale: obiettivi di crescita credibili, capacità manageriale adeguata e solidità dei fondamentali.

Il campione di pmi analizzate dalla ricerca

La ricerca analizza 363 imprese quotate su Borsa Italiana dal 2011 al 2025 con capitalizzazione iniziale inferiore a 1 miliardo di euro, su tutti i listini (Euronext Milan, Euronext STAR Milan ed Euronext Growth Milan). La composizione settoriale del campione rispecchia fedelmente la struttura dell’economia italiana: ben il 65% di esse appartiene ai comparti Consumer, Industrial e Technology, ovvero ai settori più rappresentativi della manifattura italiana e in generale dell’economia ‘reale’ del Paese.

All’ingresso in Borsa, queste aziende esprimevano complessivamente 25,2 miliardi di euro di ricavi aggregati (mediana per impresa: 79 milioni), 3,37 miliardi di ebitda, 1,18 miliardi di utile netto e 107.324 addetti, con un flottante medio post-ipo del 36% e una capitalizzazione complessiva di 32,2 miliardi. Numeri che confermano la rilevanza economica di un segmento spesso sottovalutato: nel mercato azionario italiano il 90% degli scambi si concentra sulle 40 blue chips del FTSE Mib, ma le mid cap e small cap quotate analizzate in questa ricerca rappresentano un campione significativo dell’economia produttiva nazionale e del suo tessuto manifatturiero e di servizi.

Le imprese del top 10% del campione — quelle con i migliori rendimenti di borsa nei cinque anni successivi alla quotazione — raggiungono un rendimento cumulato del +173,8% a 5 anni dalla quotazione (già +133,2% a 3 anni e +70,2% nel primo anno), mentre il miglior 25% a 5 anni genera un rendimento pari a +49,7% — a conferma che più di una società su quattro ha generato rendimenti significativi e duraturi per i propri investitori.

L’analisi dei multipli EV/ebitda e P/E, calcolati per il periodo 2015–2025 sulle società del campione quotatesi dal 2011, conferma che il mercato premia selettivamente le società capaci di mantenere crescita e redditività nel tempo. Il multiplo EV/ebitda mediano si mantiene stabile intorno a 8x, con il miglior 10% attestato su valori di 19–31x.

L’analisi delle performance a 5 anni dalla quotazione evidenzia una correlazione positiva tra rendimenti di mercato e crescita economica delle imprese: le società che hanno registrato i migliori risultati in Borsa hanno contestualmente incrementato fatturato, occupazione e redditività in misura significativa.
Le imprese del top 10% del campione mostrano una crescita straordinaria anche sul piano industriale. I ricavi sono più che raddoppiati nei cinque anni dopo l’ipo, con una crescita mediana del +195% per singola impresa. Una crescita che si riflette anche sulla redditività: l’ebitda aggregato è cresciuto del 156% e l’utile netto del 176%. Sul fronte occupazionale, queste imprese hanno incrementato significativamente i posti di lavoro, passando da 4.987 a 8.277 addetti (+66%).

Altrettanto positivo è il risultato emerso allargando l’analisi al top 25% — oltre 90 aziende — nei cinque anni successivi alla quotazione con una crescita dei ricavi aggregati pari a +102%, mentre ebitda e utile netto registrano entrambi un incremento del +203%; gli addetti sono aumentati di oltre 9.800 unità, passando da 13.951 a 23.845 (+71%).

I commenti

Giancarlo Giudici, professore ordinario Politecnico di Milano School of Management e referente scientifico della Ricerca, ha spiegato: “Questa ricerca si propone di identificare i fattori che storicamente hanno accompagnato le quotazioni di maggiore successo su Borsa Italiana nel periodo 2011-2025. L’analisi statistica condotta su 363 matricole ci ha permesso di identificare alcune correlazioni robuste tra determinate scelte di governance, struttura dell’operazione e strategie post-ipo da un lato, e la capacità di creare valore nel tempo dall’altro. Il ‘decalogo’ che proponiamo è una sintesi empirica di comportamenti che hanno storicamente distinto le quotazioni di maggiore successo, ovviamente accompagnati da un solido piano industriale orientato alla crescita e da capacità manageriali adeguate per renderlo concreto. L’auspicio è che possa orientare le scelte di chi si avvicina al mercato dei capitali, contribuendo a rendere la quotazione un percorso di crescita sostenibile e non solo un evento finanziario; in Italia occorre attrarre nuovi investitori professionali e nuovi capitali specializzati sulle mid cap e small cap quotate.”

Guglielmo Manetti (in foto), amministratore delegato di Intermonte, ha dichiarato: “L’Italia è, da sempre, un Paese di imprese. Cinque milioni di realtà imprenditoriali sostengono il tessuto economico dei territori, generano occupazione e alimentano interi distretti produttivi. Eppure, di queste cinque milioni di aziende, solo 373 sono oggi quotate in Borsa: un numero che segnala quanto il mercato dei capitali italiano sia ancora lontano dal suo pieno potenziale. I dati di questa ricerca offrono una risposta concreta a chi si chiede perché valga la pena quotarsi: le 363 pmi analizzate esprimevano già oltre 107.000 addetti e 25 miliardi di ricavi al momento dell’ingresso in Borsa, e le best performer nei cinque anni successivi hanno aumentato significativamente i posti di lavoro e più che raddoppiato i ricavi. Questi non sono solo dati finanziari: sono posti di lavoro e valore distribuito nei territori. La quotazione, fatta bene, è un acceleratore di crescita reale. In Intermonte (oggi parte del Gruppo Banca Generali a seguito del successo dell’opa lanciata da quest’ultima, ndr) lavoriamo ogni giorno perché sempre più imprese italiane possano cogliere questa opportunità che, da un lato, consente di mantenere il controllo pur nel rispetto di regole di trasparenza, dall’altro può offrire una fonte di finanziamento stabile e alternativa al debito”

Manetti ha aggiunto: “Dal 2022 è partita una forte decorrelazione tra performance economica delle aziende e i loro rendimenti in borsa, che sono stati penalizzati. Nell’ultimo periodo il Ftse Italia mid-cap ha rialzato la testa. La quotazione permette a imprenditore di reperire capitali venendo a patti con il mercato e senza cedere la governance, come avviene tipicamente nel caso dell’ingresso di un fondo di private equity nel capitale. Dal 2024 è stata effettuata solo una quotazione sul mercato italiano e le maggiori ipo sono state condotte a Wall Street. Il calo delle quotazioni è dovuto principalmente alla mancanza di liquidità che tiene depresse le valutazioni, mentre sui private market le valutazioni sono più alte rispetto ai mercati pubblici. Occorre agire sulla scarsa liquidità del mercato. Ci sono alcuni settori che possono essere rappresentati meglio a Piazza Affari, come le aziende del lusso quali Ferrari e Moncler. Ci sono 7 clearing house europee oggi, averne una unica semplificherebbe molto e aiuterebbe le quotazioni a livello europeo. La Siu (Savings and investment unione) e in particolare i Sia (Savings and investment account) potrebbero essere utili anch’essi.”

Il ceo di Intermonte attribuisce il mancato successo di EGM a un eccesso di euforia, al fatto che alcuni operatori si sono mossi in modo troppo disinvolta e a flottanti troppo bassi delle aziende quotate. Ci sono 206 aziende quotate su EGM, ma al suo interno ci sono aziende che non avrebbero dovuto quotarsi e alcuni gioielli a valutazioni stracciate.

valentina.magri@lcpublishinggroup.com

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