venerdì 20 set 2019
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Esg, pmi italiane a rischio sottovalutazione. Equita lancia l’allarme sui rating

Esg, pmi italiane a rischio sottovalutazione. Equita lancia l’allarme sui rating

I rating Esg (environmental, social, governance) rischiano di tradursi in una fregatura per le piccole e medie imprese italiane. E’ questo, in sintesi, quanto emerge dai risultati di uno studio condotto da Equita e Altis, l’alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Lo studio è stato presentato nel corso di un evento che ha visto la partecipazione, oltre che dei curatori, di rappresentati del mondo imprenditoriale, gestori ed esponenti delle autorità di vigilanza.

La ricerca Sostenibilità: una valutazione su misura per le pmi, ha spiegato Andrea Vismara (nella foto), amministratore delegato di Equita, “si è posta l’obiettivo di studiare come le metodologie di rating Esg potrebbero meglio adattarsi alle piccole e medie aziende e guidare dunque le stesse società a valorizzare al meglio i punti di forza in ottica Esg”.

La ricerca è stata condotta attraverso un questionario ad-hoc, sottoposto a più di trenta società, con capitalizzazione compresa tra 250 milioni e 4 miliardi.

Dallo studio, ha sottolineato Vismara, emerge chiaramente “l’incapacità da parte delle imprese a comunicare e l’inadeguatezza dei parametri Esg tradizionali per valutare le pmi”.

Alfonso Del Giudice, professore associato di finanza aziendale alla Cattolica e responsabile scientifico del progetto, ha spiegato come, a livello globale, ci siano “19.500 miliardi di dollari investiti in prodotti che incorporano criteri Esg”. Le società che assegnano rating in materia sono 5-6 e, per diverse ragioni, tendono ad assegnare giudizi più alti alle “aziende di grandi dimensioni, con azionariato diffuso e di matrice Usa/Uk”. Le aziende piccole e medie a controllo familiare sono penalizzate. E ciò è paradossale, come ha evidenziato Del Giudice, perché “un piccolo imprenditore, che vive e lavora su un territorio”, certamente sarà attento al tema dell’inquinamento, presumibilmente più di una multinazionale.

Del Giudice, poi, si è soffermato sulle attuali metriche per assegnare i rating Esg, che sui temi ambientali e di corporate governance sono precise, mentre il pilastro sociale è poco definito, “è un’area grigia”. Come misurare, infatti, la decisione di un imprenditore di non tagliare posti di lavoro e di non delocalizzare la produzione?

Domenico Ghilotti, equity analyst di Equita e co-responsabile del team di ricerca, ha posto l’accento sulle “criticità di comunicazione delle imprese italiane”, che spesso non sono consapevoli di avere rating Esg. E così, paradossalmente, le iniziative nel sociale e le policy aziendali in materia di ambiente non vengono rese note; di conseguenza, per le agenzie di rating non esistono. In sintesi, ha concluso Ghilotti, “c’è un rischio di distorsione nell’investibilità delle pmi”.

Alla tavola rotonda successiva hanno partecipato Marcello Bianchi (vicedirettore generale di Assonime), Roberto Celot (direttore finanziario di Zignago Vetro), Simone Chelini (responsabile corporate governance, sustainability e strategie attiviste di Eurizon), Maria Laura Garofalo (amministratore delegato di Garofalo Health Care) e Barbara Lunghi (responsabile dei mercati primari di Borsa Italiana). A conclusione sono intervenuti Paolo Ciocca (commissario Consob) e Patrizia Grieco (presidente del comitato di corporate governance e presidente di Enel).

Celot e Garofalo hanno raccontato le esperienze dal punto di vista aziendale. Chelini ha affermato che “le masse investite da Eurizon secondo criteri Esg crescono tre volte più delle altre”. Lunghi ha parlato di “ruolo di education e di incoraggiamento all’autodisciplina” da parte di Borsa Italiana, e ha detto che la società di gestione dei mercati non intende, al momento, introdurre obblighi informativi per le società quotate sui criteri Esg, al di là di quelli riguardanti la governance. Bianchi ha posto l’accento sul “rischio dell’eccesso di affidamento su alcuni strumenti”, che porti a “comportamenti standardizzati”.

I curatori dello studio, infine, hanno voluto rimarcare che l’obiettivo non è creare nuove metriche di rating, ma suggerire aggiustamenti e integrazioni. Fondamentali, in questo senso, saranno i feedback che giungeranno dalle aziende coinvolte nella ricerca.

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