mercoledì 23 set 2020
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Utp a quota 94 miliardi da smaltire. Attenzione anche agli npls

Utp a quota 94 miliardi da smaltire. Attenzione anche agli npls

Se sul fronte non performing loans le banche sembrano avere trovato la strada per la migliore gestione (inhouse o vendita) dei pacchetti, molti dei quali saranno ceduti anche quest’anno, su quello degli Unlikely to pay (utp) i movimenti e i passi avanti sono stati “pochi” e “limitati”, data soprattutto la complessità del segmento.

A rilevarlo è l’ultima edizione del report PwC sulle inadempienze probabili dal titolo “Il mercato italiano dei crediti UTP: is now the momentum?”, che sottolinea che ancora oggi la gestione degli UTP si conferma una sfida cruciale per il sistema bancario italiano: i dati di fine 2017 mostrano elevati volumi di utp, pari a 94 miliardi di euro in termini di Gross Book Value, seppur in diminuzione di circa il 20% rispetto a 117 miliardi dell’esercizio precedente. Nell’esercizio 2017, inoltre, i crediti utp hanno non solo raggiunto ma anche superato i livelli di sofferenze in termini di Net Book Value (rispettivamente 66 ed 64 miliardi).

“Dopo un 2017 in cui la issue delle inadempienze probabili si è affacciata nelle agende degli istituti italiani, il 2018 rappresenterà invece il momento chiave per compiere passi avanti, decisi e risolutivi, e rispondere a questa sfida”, osserva Pier Paolo Masenza, Financial Services Deals Leader di PwC. Questa urgenza, aggiunge, “è confermata sia dai numeri, con 94 miliardi di UTP a fine 2017, sia dalla limitata mobilità che contraddistingue tale stock. Siamo convinti che nei prossimi mesi assisteremo a una crescente attenzione nella ricerca delle migliori soluzioni strategiche per rispondere a questa sfida. Tra queste un ruolo potenzialmente disruptive e innovativo potrebbe essere la realizzazione di operazioni di cartolarizzazione con crediti UTP come sottostante”.

I dati chiave 2017
Le non performing exposures del settore bancario italiano a fine 2017 ammontavano a 264 miliardi, con un calo di circa il 18% rispetto al dato di 324 miliardi registrato a fine 2016. Prendendo in considerazione il triennio 2015-2017, i crediti utp hanno registrato un trend (CAGR) del -14%. I dati 2017 confermano inoltre la forte concentrazione dei crediti utp, con l’80% concentrato tra le 10 maggiori banche (76% a fine 2016). Considerando solo i tre principali istituti, tale percentuale ammonta al 53% (51% nel 2016).

In termini di accantonamenti, le dieci maggiori banche domestiche hanno nel 2017 migliorato il coverage ratio, pari al 30,4% rispetto al 29,1% del 2016, mentre l’incidenza sui prestiti complessivi è scesa dal 6,6% del 2016 al 5,5% a fine 2017.

Regolamentazione e strategie
Nonostante il trend di diminuzione registrato nei volumi di UTP dalla maggior parte degli istituti, in parte determinato dalle cessioni legate alle operazioni di bailout occorse nell’anno, fra cui quelle di Veneto Banca, BPVicenza, Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti, CRCesena, Carim, Carismi,  si tratta di una sfida ancora dalla magnitudine elevata: il 37% delle NPE delle 10 maggiori banche è rappresentato da utp, con diversi istituti (4 su 10) che registrano un utp ratio superiore al 40%.

Alla fine del 2017, nonostante minori flussi in uscita verso il segmento sofferenze (-5%) e i minori flussi in entrata dai crediti performing (-2%) rispetto al 2016, il 50% dello stock utp – per un ammontare di 44,5 miliardi – è rimasto all’interno del segmento, un dato che conferma la necessità strategica di gestire questi volumi ancora molto elevati individuando appropriate soluzioni di deleveraging.

La ragione di questo “immobilismo” sta innanzitutto nella mancanza di efficaci misure di ristrutturazione del credito. Secondo Banca d’Italia il 62% degli accordi di ristrutturazione – che riguardano prevalentemente proprio posizioni di utp – dopo 4 anni sono ancora in corso, senza aver portato ad un risultato positivo e definitivo.

In questo contesto, le indicazioni del Regolatore verso una gestione proattiva dei NPL rappresenteranno nei prossimi mesi un “game changer” anche per il segmento utp. In particolare: le linee guida BCE, in Italia estese anche agli istituti di dimensioni minori, insieme al calendar provisioning indicato nell’Addendum BCE che richiede accantonamenti superiori e più rapidi, nonché l’applicazione dell’IFRS 9 da gennaio 2018 avranno un rilevante impatto sulla gestione degli utp.

C’è da considerare però che la sfida degli UTP non deriva solo dagli elevati volumi, bensì anche dalla complessità intrinseca che li caratterizza. Il segmento utp include infatti posizioni che vanno dal semplice scaduto sino a situazioni più complesse, prossime allo status di vera e propria sofferenza. A questo si aggiungono specifiche derivanti dal settore, dalla taglia, dalla permanenza del credito come UTP, e ancora dalla presenza di eventuali garanzie. Questo rende necessario per le banche una segmentazione del portafoglio e una specifica due diligence su ogni singola posizione, per comprendere l’asset quality e individuare la soluzione più ottimale.

L’attenzione resta anche sugli npls
Nel frattempo il mercato degli npls continua a muoversi. Proprio due giorni fa, Creval ha ceduto un pacchetto di 222 milioni a Credito Fondiario (leggi la notizia su financecommunity.it) mentre ieri Banco Bpm ha annunciato la cartolarizzazione di 5 miliardi di npls, su cui la banca conta di ottenere la garanzia statale Gacs (operazione Exodus). Con questa operazione, sui bilanci della banca rimarrebbero da cedere entro il 2020 circa 3,4 miliardi di sofferenze nette con un’incidenza di bad loans sugli impieghi totali pari a circa il 3,3% rispetto all’attuale 4,9%. Allo stesso modo, Bper ha selezionato un portafoglio di Npl lordi potenzialmente cedibili da 6,4 miliardi (due terzi dei crediti dubbi lordi totali), su cui sono stati registrati ulteriori accantonamenti per oltre 1,1 miliardi, e nel corso del triennio Bper cederà tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro di sofferenze. Unicredit, dal canto suo, è pronta a cedere un altro miliardo di euro di crediti deteriorati dopo le operazioni effettuate nell’arco del 2017, a partire dal progetto Fino da 17,7 miliardi.

 

 

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