mercoledì 24 apr 2019
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La terza vita di F2i

La terza vita di F2i

L’ultima operazione del 2017 è stata la chiusura della raccolta del Terzo fondo – nel quale sono confluiti gli asset del Primo – raggiungendo la cifra di 3,3 miliardi di euro (poi aumentata a 3,6 miliardi). Ciò anche grazie alla partecipazione di investitori stranieri, come il fondo pensione canadese Psp Investment e del fondo sovrano del Singapore Gic (450 milioni ciascuno).

Questo step per F2i segna la fine di un anno in cui il fondo infrastrutturale ha chiuso sette operazioni per un valore complessivo di oltre 1,4 miliardi di euro, stando ai dati Mergermarket. Fra queste ci sono ad esempio l’acquisizione di San Marco Bioenergie attiva nella valorizzazione energetica della biomassa legnosa con 30 milioni di ricavi, del 90% del capitale di KPNQWEST Italia e del 89,81% del capitale di MC- link in tandem con il fondo europeo Marguerite.

Oggi la sgr nata nel 2007 e guidata dall’amministratore delegato Renato Ravanelli (nella foto) conta in portafoglio 18 società in otto settori diversi con 3,1 miliardi di ricavi aggregati e 1,3 miliardi di mol, che danno lavoro a oltre 10 mila persone.

E le risorse liquide in cassa sono ancora molte. Come spiega Ravanelli in questa intervista a MAG, «al momento gestiamo due fondi, il Terzo, che conta una dotazione disponibile di 1,5 miliardi, e il Secondo fondo da 1,250 miliardi, con 300 milioni ancora da investire». Indicativamente a livello di equity «abbiamo disponibile circa 1,8-2 miliardi», aggiunge. Tutte risorse destinate in prevalenza all’Italia anche se non mancano progetti di sviluppo all’estero (se non altro per «supportare le nostre partecipate») nonché l’idea di «diversificare i prodotti offerti oltre all’equity».

A livello operativo il team investimenti della sgr, circa 30 risorse in tutto, è coordinato dal direttore generale e cio Carlo Michelini e composto da cinque professionisti quali i senior partner Mauro Miglio e Corrado Santini e i partner Fabio Albano, Matteo Ambroggio e Laura Pascotto.

«Il terzo fondo – osserva l’ad – si è chiuso con una raccolta importante, il più grande mai lanciato in Italia. Abbiamo avuto davvero molte richieste da parte degli investitori e stiamo riflettendo se ampliare l’importo».

 

Dott. Ravanelli, adesso quali sono ora le vostre prossime mosse?
Continuiamo a fare il nostro lavoro. Dati alla mano, penso che lo stiamo facendo bene considerando il numero di investitori, molti dei quali esteri, che ci hanno dato fiducia. Con queste risorse continueremo anche a sostenere la crescita delle aziende che già abbiamo in portafoglio. Si tratta di 18 società che operano in otto settori diversi: aeroporti, reti di distribuzione gas, energie rinnovabili (solari, eoliche e da biomassa), telecomunicazioni, infrastrutture sociali, ciclo idrico integrato, reti di pagamento elettronico e autostrade.

 

Voi siete stati in grado di attirare l’interesse di investitori istituzionali e previdenziali. Cosa cercano secondo lei gli investitori?
Ciò che conta realmente è la credibilità del management. Alla fine gli investitori affidano le loro risorse a un team che deve essere giudicato affidabile e con un ottimo track record. Poi c’è la credibilità della proposta di business e la capacità di raccontare le aspettative per il futuro in termini di opportunità di investimento.

 

Tra gli investitori ci sono anche molti enti previdenziali italiani. Come siete riusciti a conquistare la loro fiducia?
Devo dire che ho trovato delle istituzioni con elevate professionalità, capaci di dialogare e scambiare esperienze con analoghe istituzioni estere e sempre più attente a scegliere opportunità di investimento tali da favorire o sviluppo dell’economia reale italiana. L’importante è comprendere le loro esigenze, in primis la necessità di proteggere il patrimonio dei loro associati, di farlo crescere gradualmente nel tempo e di avere dei positivi ritorni anno per anno.

 

Quali sono le vostre performance?
Il track record è molto positivo. Il Primo fondo, che abbiamo chiuso a dicembre 2017 dopo circa 10 anni di attività, ha generato un valore di 3,3 miliardi rispetto a 1,8 miliardi richiamati agli investitori. Si tratta di un rendimento medio annuo cumulato superiore al 12%.

 

Per il Terzo Fondo cosa vi aspettate?
Abbiamo dichiarato un rendimento target di circa il 10%, su questo ci stiamo posizionando.

 

Quali sono i vostri target ideali?
Oggi contiamo su una dotazione infrastrutturale già di proprietà del Terzo fondo (reti gas, aeroporti, rinnovabili fotovoltaiche e servizio idrico integrato) con forte capacità di generare flussi di cassa. Questa è una caratteristica che è piaciuta molto ai nostri investitori, tutti soggetti che guardano alla crescita di valore nel medio e lungo termine e quindi anche alla generazione di cassa annuale. Le società target sono dunque società già operative che operino in contesti settoriali in cui la struttura dell’offerta è ancora frammentata.

 

L’unione di realtà piccole sembra essere la vostra strategia principale…
Esattamente. La generazione di valore per noi deriva dal fatto di far crescere queste società anche attraverso operazioni di aggregazione. Entriamo in un settore, acquisiamo un’azienda e poi un’altra e cerchiamo di integrarle facendole crescere di scala. Nel comparto infrastrutturale la scala di attività è molto importante e se ben gestita genera efficienze operative e aumenta la qualità del servizio a beneficio degli investitori ma più in generale del sistema Paese.

 

E per quanto riguarda lo sviluppo internazionale delle vostre controllate?
Questa è un’altra sfida che avremo nei prossimi anni, cioè quella di cercare di accompagnare le società che stanno crescendo molto in Italia a farlo anche all’estero. Ciò vale non solo per quelle che abbiamo attualmente in portafoglio ma anche altre aziende che abbiano voglia e desiderio di essere accompagnate da un soggetto istituzionale come F2i che ha denaro disponibile per aiutarle a crescere.

 

Come?
Ad esempio finanziando direttamente operazioni all’estero per quanto riguarda quelle non controllate, mentre per le società in portafoglio abbiamo dato il compito ad alcune di loro di individuare opportunità di investimento all’estero che poi valuteremo caso per caso.

 

Dal punto di vista della sgr, invece, avete intenzione di diventare un player internazionale?
Per noi internazionalizzarci vuol dire continuare a fare il nostro mestiere gradualmente e con prudenza in Italia così come all’estero. Il che significa dire essere di supporto principalmente alle nostre società e ad altre realtà italiane. Detto questo, non escludo che se dovessimo individuare un target particolarmente interessante all’estero potremmo anche eventualmente decidere come sgr, attraverso i nostri fondi, di fare acquisizioni dirette.

Avete mai valutato la possibilità di investire in altri fondi stranieri, come ad esempio Ardian in Italia?
No, questa non è la nostra missione. Il nostro obiettivo è di investire nell’equity delle società. A tal proposito, avendo raggiunto ormai una credibilità importante a livello nazionale e internazionale, nel futuro potremo immaginare anche il lancio di prodotti diversi dall’equity secondo una logica della diversificazione.

Che tipo di prodotti?

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