venerdì 23 ott 2020
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L’industria italiana trainata dall’export

L’industria italiana trainata dall’export

È l’export il motore che permette all’industria italiana di continuare il suo percorso di crescita. Lo evidenzia nella sua fotografia del mercato, alla 40esima edizione, lo studio R&S Mediobanca sui 50 big quotati italiani, che sottolinea con forza l’esistenza di una chiara correlazione tra redditività e fatturato estero.  

Dalla ricerca, che esamina i dati economico finanziari su un arco quinquennale (2010-2014) di 41 gruppi industriali, sei bancari e tre assicurativi, emerge che nel 2014 il fatturato della grande industria è sceso dell’1,5% a causa della flessione del 7,4% in Italia, non compensata appunto dall’aumento dell’1,4% all’estero.

L’export fa la differenza anche fra i grandi gruppi pubblici, che vendono fuori Italia per il 60% e hanno una redditività del 5,6%; e quelli privati il cui fatturato fuori confine sale al 79% e la cui redditività va all’11,1%.  In particolare la manifattura privata realizza all’estero il 91% dei ricavi con un ritorno del 14,3%. 

I mercati dove le grandi aziende industriali sono cresciute di più sono stati il Nord America (con un aumento del 10,9%) e il Far East (+6%), discreto il resto d’Europa (+1,6%), male il Sud America (-11,4%).

Per quanto riguarda i ricavi, scendono quelli delle aziende pubbliche (- 4,8%) mentre salgono quelli dei privati (+ 2,2%). Più nello specifico, cresce la manifattura, +5,3%, che si aggiudica il ruolo di settore trainante, soprattutto  all’estero (+6%) rispetto all’Italia, dove anzi frena con un -0,7%. Male, fra gli altri, i servizi (-6,2%) e l’energetico (-4,9%). 

Tuttavia, il rovescio della medaglia della crescita oltre confine è che per ogni 100 euro di vendite 34 sono prodotti in Italia, 10 sono consumati in casa e 24 esportati, e 66 sono prodotti e venduti all’estero, senza attivare impianti, manodopera e investimenti nel nostro Paese e quindi senza creare occupazione.

Andando nello specifico delle aziende, i “campioni di vendite” 2014-2013 sono stati Aurelia (+23,5%), Moncler (+19,4%), Fincantieri (+15,4%) e Brembo (+15,1%). Fra queste Aurelia (+23,5%), Brembo (+14,2%), Ferragamo (+13,5%), Edizione (+11,6%) e Campari (+9,3%) sono cresciuti anche sul mercato italiano mentre hanno perso terreno invece le utilities – Iren (-18,5%), A2A (-11,7%), Acea (-8,7%), Hera (-7,2%) – insieme a Telecom (-7,7%) ed Eni (-4,2%).

Anche se la manifattura conquista mercati i big pubblici realizzano extra utili che fra il 2010 e il 2014 sono arrivati a 46,5 miliardi, di cui 27,4 riferiti a Eni, 13,2 a Enel e 4,8 a Snam. I privati sono fermi a 15,1 miliardi. Ciò si riflette sui dividendi: dal 2010 al 2014 lo Stato ha incassato 11,8 miliardi contro i 6,2 riscossi dai privati. Eni è prima con 5,8 miliardi seguita da Enel (2,7) e Snam (1,1).Fra i privati le migliori sono Luxottica con 1,1 miliardi e Prada con 800 milioni.

Sempre nel 2010-2014 i debiti finanziari aumentano di 32,5 miliardi. Quelli verso le banche si riducono di 12 miliardi mentre dalle obbligazioni ne arrivano 44,5. 

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