venerdì 24 nov 2017
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Nello shipping nuovi spazi di investimento

Nello shipping nuovi spazi di investimento

Il boom c’è stato nella seconda metà dei primi dieci anni del Duemila, quando il settore dello shipping, ovvero del trasporto di merci e persone via mare, ha visto una forte crescita degli investimenti soprattutto di natura bancaria. Ma poi, complici la crisi economica, le caratteristiche e la complessità di questo tipo di mercato, il sogno è finito. Tanto che oggi il comparto «è quasi atrofizzato, perché non riesce a trovare le risorse per crescere», spiegano Fabrizio Vettosi (nella foto) e Ciro Russo, rispettivamente managing partner e partner della società di advisory e investimento Venice Shipping and Logistics (VSL) parte del gruppo Palladio Holding.

Eppure se guardiamo al contesto di mercato le opportunità ci sarebbero. Nel 2016, il trasporto marittimo a livello globale ha superato le 10 miliardi di tonnellate, il 20% delle quali nel Mediterraneo. In Italia, la presenza di navi nei tre principali porti container (Gioia Tauro, Genova e La Spezia) è cresciuta dal 2012 a oggi dell’86,4% e l’import export via mare, a livello nazionale, ha raggiunto i 217 miliardi, il 120% in più rispetto a 10 anni fa.

Tutto questo però non sta bastando per attirare investimenti nello shipping italiano. Al contrario, il settore sta vivendo un periodo di disintermediazione nell’attività di investimento, con banche e private equity sempre più scrupolosi nel valutare i finanziamenti. Il che però lascia spazio a nuovi player, come ad esempio i fondi di private debt o di turnaround, e a differenti strumenti fra i quali i bond.

 

Il disimpegno delle banche

Fino al 2008, le fonti di finanziamento dello shipping erano rappresentante dalle banche per l’82%. Oggi questo valore è sceso di almeno 30 punti percentuali (era il 59% nel 2013) e il trend sembra destinato a continuare. A livello globale, nel 2015 l’ammontare raccolto nello shipping escluse le crociere, stando ai dati di Marine Money & Clarksons, è stato pari a 65 miliardi di dollari, dei quali 16 miliardi di bond, 700 milioni dai private equity e 45,6 miliardi provenienti dalle banche. Entrambi i dati sono in netto calo rispetto al 2007, quando i miliardi complessivi raccolti erano 134, dei quali 92 di natura bancaria.

Questo progressivo disimpegno, osservano Vettosi e Russo, «è legato a una serie di motivi, tra le quali, in primo luogo, i rendimenti. Nei primi anni Duemila si sono visti valori che oggi non ci sono più». Il motivo è che «i cicli di mercato sono diventati più brevi, meno accentuati e non consentono il recupero dell’investimento come prima» mentre «la leva resta alta». Un mix che ha provocato la non esigibilità di molti dei crediti. Non a caso, dei 13 miliardi dollari di esposizioni complessive, 6 miliardi sono riconducibili allo shipping.

Poi c’è una regolamentazione bancaria più severa: «Con Basilea IV –aggiungono – la situazione potrebbe anche farsi ancora più aspra» perché ad esempio, la normativa «introduce l’obbligo di ponderare al 120% i crediti verso il settore nel calcolo dei ratio di vigilanza a prescindere dal merito di credito, contro il 75% ad esempio del real estate».

Carattere industriale
Tuttavia, uno dei motivi principali del difficile rapporto tra banche e shipping, osservano Vettosi e Russo, è la complessità del settore: «Investire nello shipping – spiegano i due professionisti – non significa solo puntare su determinati asset, ossia le navi, ma anche sull’uso che se ne fa, sul carico e in generale sulle competenze di chi gestisce quella nave». In sostanza, «si tratta di un investimento di tipo industriale, simile a quello infrastrutturale, e di servizi», aggiungono, «dove occorre sempre valutare gli aspetti tecnici, quindi le caratteristiche della nave, ma anche quelli industriali, il know how, la tipologia di attività e il tipo di carico».

Ad esempio, «in passato chi ha investito nel dry (carichi secchi) e nell’offshore ha registrato delle perdite che non sono state recuperate, mentre le navi tanker hanno visto un rialzo». Sono tutte differenziazioni che rendono difficile, per chi non conosce bene il settore, investire nello shipping. «Dal canto nostro – aggiungono – nei nostri investimenti portiamo avanti un’analisi di mercato studiando i determinati segmenti sia lato offerta che nello sviluppo della domanda, per cercare di prevedere l’andamento dei cicli».

Distressed e debito
In questo contesto, la progressiva ritirata delle banche nello shipping finance e l’aumento delle esposizioni del settore hanno dato vita a nuovi spazi di business…

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