Nomura, lo zen e l’arte dell’investment banking

Questione di stile. Esistono banker che amano i riflettori. Banker che tendono ad alzare la voce. Banker arcigni, quasi sempre di cattivo umore. Banker che camminano sospesi da terra, sospinti dall’ego. Stefano Giudici (nella foto) ha uno stile diverso. Sorridente, pacato, schivo, gentile, poco propenso ad apparire e a parlare (ama i silenzi di Roger Federer, non a caso, e questa intervista è una rarità), il responsabile dell’investment banking per l’Italia di Nomura è il più nipponico fra i banker italiani, quasi zen nell’approccio al lavoro. Ed è forse per questo che oltre tre anni fa (febbraio 2017) è stato chiamato a guidare in Italia il business di investment banking della banca giapponese, di cui country manager è Takeshi Imatoki.

Dopo aver integrato le attività di Lehman Brothers in Europa, Nomura poteva contare su una presenza storica nell’investment banking italiano, ma, all’epoca dell’arrivo di Giudici, attraversava una fase di appannamento, schiacciata tra le banche d’affari italiane e i big del settore a livello mondiale. L’ex Lazard e Hsbc – dove ha lavorato per circa 23 anni, quasi equamente divisi -, ora cinquantenne, ha “riportato sulla mappa degli affari” Nomura, come si usa dire, siglando alcuni deal di grande rilevanza. E dimostrando, semmai ve ne fosse bisogno, che l’investment banking è un people business: puoi avere un brand straordinariamente forte, ma poi contano la professionalità, la competenza e il network dei banker. Giudici, peraltro, ci tiene a sottolineare che “è grazie al team costruito” se Nomura ha ritrovato smalto. E vuole continuare a crescere.

Giudici, lei è arrivato circa tre anni e mezzo fa: quali sono le ragioni che l’hanno spinta ad accettare questa sfida?
Ho deciso di entrare in Nomura perché storicamente ha avuto una presenza importante sul mercato italiano e una particolare attenzione alle operazioni crossborder. Il posizionamento strategico della banca per me è stato un fattore di attrattività. In secondo luogo, Nomura ha un range di prodotti ampio, ma l’attività di m&a è centrale nella strategia. E l’m&a è sempre stato il mio focus.

Quale mission le è stata affidata in Nomura?
Sono entrato con un piano di potenziamento, innanzitutto delle professionalità già presenti. Voglio citare Roberto Ferraris e Alberto Freri, due senior director di grande valore con cui ho il privilegio di lavorare. Il piano, inoltre, prevedeva un rafforzamento tramite l’ingresso di nuovi professionisti di alto profilo. È arrivato Umberto Giacometti, anche lui proveniente da Hsbc, uno dei banker più bravi con cui mi sia capitato di lavorare: è co-head dei financial sponsors a livello europeo, si divide tra Milano e Londra. Poi si è unito a noi Marco Patuano, che da poco più di un anno ricopre il ruolo di senior advisor. Inoltre, è arrivato il managing director Francesco Bertocchini, cresciuto professionalmente in Rothschild, che ha portato competenze specifiche nei settori healthcare e consumer. Infine, voglio citare il director Arcangelo Correra, che è entrato nel nostro team un paio d’anni fa e ha apportato entusiasmo e grandi capacità.

Da quanti professionisti è composto il team di investment banking? Sono in programma nuovi reclutamenti?
Siamo una quindicina di persone. Credo fermamente che il progetto che ci eravamo posti come obiettivo stia generando importanti risultati, visibili in termini di operazioni seguite. Una volta poste fondamenta solide, gli investimenti per continuare a crescere sono una conseguenza naturale. Al netto del fatto che è importante capire come si evolverà la situazione sanitaria, e quindi economico-finanziaria, il nostro piano di rafforzamento andrà avanti.

In questi tre anni e mezzo Nomura è stato advisor di diversi deal (vedi box): quali sono i più significativi?
Citerei innanzitutto l’investimento del consorzio guidato da Ardian in Inwit, operazione da circa 1,6 miliardi di dollari. Mi è particolarmente cara per due motivi. In primo luogo, come banca ci siamo posti l’obiettivo di favorire l’afflusso di capitali long term sugli asset infrastrutturali italiani. Da questo punto di vista vorrei ricordare l’investimento di quasi 500 milioni di dollari effettuato dal fondo pensione canadese Psp in F2i. Tornando ad Ardian-Inwit mi è cara perché è stata concepita con Marco Patuano poco dopo il suo arrivo e, grazie alla dedizione del team e alla perseveranza del nostro cliente, siamo riusciti a portarla a termine malgrado il Covid.

Qual è il segreto che vi ha consentito di avere un ruolo in queste operazioni?
Innanzitutto, è doveroso dare credito al team dei risultati raggiunti; senza un lavoro di squadra non si raggiungono gli stessi obiettivi. Credo che sia stato fondamentale aver guadagnato la fiducia di alcuni clienti importanti. Continueremo a perseguire la stessa strategia, basata su due pilastri: vicinanza ai clienti, anche nei momenti di difficoltà, e focus sui deal di valenza strategica. Per quanto riguarda il tema della vicinanza al cliente, ritengo sia stato particolarmente visibile durante questa fase segnata dalla pandemia e nei mesi scorsi dal lockdown, perché molte aziende hanno dovuto rivedere i piani e noi li abbiamo affiancati per correggere la rotta o cogliere nuove opportunità.

E il focus sui deal di rilevanza strategica come si traduce nella pratica?
Cerchiamo di essere al fianco dei clienti che hanno un ruolo strategico nel loro settore e nel Paese. Per esempio…

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