domenica 09 ago 2020
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Private equity, sale la febbre da pmi

Private equity, sale la febbre da pmi

Il private equity italiano nel 2015 è caratterizzato da un aumento delle operazioni di buy out, che si attestano al 77% delle preferenze (+20% rispetto all’anno precedente)  sul totale delle 109 operazioni registrate, e da una maggiore attenzione verso le medie imprese, considerando che il 63% degli investimenti è indirizzato verso imprese che non superano un fatturato di 60 milioni di euro, in aumento rispetto a quanto registrato lo scorso anno (52%).

È sostanzialmente questa la fotografia del settore scattata dal quindicesimo rapporto dell’Osservatorio Private Equity Monitor della LIUC Università Cattaneo, realizzato con il contributo di Argos Soditic Italia, EY, Fondo Italiano di Investimento SGR e King&Wood Mallesons Studio Legale, presieduto da Anna Gervasoni (nella foto) e coordinato da Francesco Bollazzi

Tornando ai dati, se il buy out è la pratica più gettonata, dall’altra parte le operazioni di expansion perdono rilevanza, con un 16% di frequenza in deciso calo rispetto al 2014. Il residuo 7% del mercato, evidenzia il rapporto, è costituito dai turnaround, che confermano la propria quota di mercato (5%), e dai replacement (2%, rispetto all’1% del 2014). Anche se molto probabilmente con modalità differenti rispetto a quanto avvenuto in passato, questo dato conferma come gli operatori continuino a indirizzare l’attenzione verso operazioni in cui l’acquisizione della maggioranza consenta sia una massimizzazione dei rendimenti, sia un approccio in linea con le professionalità maturate nel tempo, pur in presenza di una leva finanziaria ormai da qualche anno sempre piuttosto contenuta.

Sempre con riferimento alla tipologia di deals realizzati, sono stati registrati 21 add-on (19% del mercato complessivo), in aumento rispetto al dato del 2014 (8 operazioni, 9% del mercato), a conferma di un ruolo ormai consolidato assunto da tale categoria di operazioni nel settore.

Clessidra è risultato l’operatore più attivo, chiudendo 5 operazioni (tra cui un add-on), seguito da Ardian e Assietta Private Equity, ciascuno con 4 investimenti all’attivo. Nel dettaglio, a livello di concentrazione del mercato, nel corso dell’anno 26 operatori hanno realizzato il 50% dell’intera attività d’investimento. Il mercato risulta, quindi, meno concentrato rispetto al 2014, anno in cui circa la metà delle operazioni era rappresentata da 20 operatori. 

 

Le imprese familiari le più ricercate

In termini di deal origination, le imprese familiari rappresentano la maggior parte delle opportunità di investimento e pertanto registrano un incremento significativo rispetto allo scorso anno (61% vs 47%). In particolare, se guardiamo alle caratteristiche economico-finanziarie delle imprese target e, quindi, al volume di ricavi, il rapporto evidenzia un dato di fatturato mediano pari a 34,2 milioni, in diminuzione rispetto al valore del 2014. Diminuiscono quindi le operazioni in aziende con classi di fatturato medioalto (30%), in particolare nelle realtà tra i 101 e 300 milioni (13%, rispetto al 20% del 2014). I deal su aziende di grandi dimensioni hanno rappresentato solo il 6% del mercato e sono state condotte principalmente da operatori esteri (4 su 6). 

Diminuiscono poi le cessioni di rami d’azienda da parte di gruppi nazionali (13% rispetto al 20%). Confermano la propria rilevanza i Secondary Buy out, pur in leggera contrazione rispetto al 2014 (20% rispetto al 24%) mentre è stabile la cessione di quote di minoranza tra operatori (6%). Non si sono registrate, invece, cessioni di rami d’azienda di imprese straniere (rappresentanti l’1% nel 2014), già in contrazione lo scorso anno.

La Lombardia ed il manifatturiero si confermano ai primi posti 

Sul fronte della distribuzione geografica delle imprese target, il 46% del mercato viene dalla Lombardia, alla quale seguono a distanza l’Emilia Romagna (16% del totale) e il Friuli Venezia Giulia (8%). Il Veneto occupa il quarto posto in graduatoria (7%). Il Piemonte conferma il risultato dello scorso anno, facendo registrare 6 investimenti, mentre il Mezzogiorno vede chiudersi solo tre operazioni, di cui due in Sicilia e una in Campania. Per quanto concerne i settori d’intervento, il 2015 conferma l’ormai consolidato interesse degli operatori verso il manifatturiero e la tenuta del comparto dei beni di consumo, seppur con percentuali decisamente più contenute rispetto agli scorsi anni, fattore che favorisce l’avanzata di settori quali alimentare, terziario, Pharma e servizi finanziari.  

Aumentano i multipli di ingresso

Da ultimo, una ulteriore evidenza è relativa al multiplo sull’EBITDA, che ha registrato un valore mediano pari a 7,7x. Tale dato risulta in decisa crescita rispetto allo scorso anno (7,1x). Il valore medio di Enterprise Value delle società oggetto di acquisizione si è attestato intorno agli 80 milioni di Euro, in decremento sul dato dell’anno precedente (100 milioni di Euro), evidenza che trova la sua principale spiegazione nella diminuita dimensione media degli investimenti posti in essere dagli operatori. 

“La crescita dei multipli in Italia è in linea con ciò che sta avvenendo nel resto del mondo.” afferma Enrico Silva, responsabile per l’Italia del team Private Equity Transaction Services di EY. “In USA e nel resto d’Europa i buy out hanno registrato nel 2015 multipli medi ancora più alti che in Italia, di poco superiori a 10x, e in costante crescita rispetto agli anni precedenti. La crescita dei multipli è essenzialmente riconducibile ad un incremento della competizione sui deals, dovuta a una sempre più accentuata presenza di corporate e di operatori esteri e al basso costo del denaro”. “Quest’anno si riscontra un mercato in crescita – afferma Jean Pierre di Benedetto di Argos Soditic – da un punto di vista quantitativo ma con ancor più importanti sfumature qualitative: prezzi in crescita ed un rinnovato interesse per il nostro mercato da parte di investitori esteri che tornano ad aver fiducia nelle prospettive della nostra economia.”

“Il 2015 segna un anno di grande ripresa delle operazioni di private equity. – afferma Gervasoni – Siamo tornati a un nuovo record delle attività come quelle registrate negli anni precedenti alla crisi del 2008. Questo fa ben sperare verso una ripresa e crescita del mercato per gli anni a venire”. 

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