giovedì 16 lug 2020
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Private equity in trincea alla prova della recessione


Private equity in trincea alla prova della recessione


C’è chi sceglie volontariamente di non stringere mani o si limita a un saluto pugno contro pugno, come i rapper della East e della West Coast negli Usa. C’è chi vieta i baci sulle guance di saluto e chi approfitta dei tanti flaconi sparsi per l’Intercontinental Hotel di Berlino per riempirsi generosamente le mani di gel igienizzante, che non si sa mai.

Benvenuti all’edizione 2020 del SuperReturn International, l’evento che ogni anno riunisce per una settimana nella capitale della Germania il gotha degli investitori alternativi a livello globale, di cui Financecommunity è stato media partner.

Convitato di pietra all’evento che da oltre dieci anni porta a Berlino tremila professionisti tra private equity, private debt, venture capital e investitori istituzionali, è stato proprio il coronavirus. Non solo per la presenza del tutto inedita degli introvabili tubetti di gel antibatterico regalati come gadget, tra i soliti cavetti per ricaricare lo smartphone che generalmente non funzionano e taccuini di varie dimensioni. Non solo perché l’Italian summit è stato cancellato perché pochi italiani si sono presentati o perché «manca almeno un quarto delle persone rispetto agli anni precedenti» commenta sconsolata l’investor relator italiana di un private equity paneuropeo, che sottolinea come «in tanti abbiano cancellato meeting già organizzati anche spaventati dal fatto che siamo italiani e veniamo da Milano». No, il Covid-19 è stato protagonista invisibile del convegno internazionale soprattutto perché potrebbe essere l’effetto scatenante di una nuova recessione.

Nuove opportunità e prezzi più bassi

I grandi general partners (gps) – almeno il 45% di loro secondo una ricerca di Preqin – se l’aspettano da un po’ e l’imperativo è non farsi trovare impreparati. «A questo punto del ciclo è necessario tenere d’occhio potenziali interruzioni e in realtà possiamo già cominciare a vedere quello che sta per succedere», commenta ai giornalisti Jason Thomas, responsabile globale della ricerca di The Carlyle Group.

Che sia una pandemia, una guerra mondiale, l’instabilità politico-economica o la crisi dell’industria il fattore che determinerà l’inversione dell’attuale ciclo non è dato saperlo. Quel che è certo è che dal punto di vista dell’industria, l’inversione del ciclo non fa paura, anzi.

Il mercato degli alternativi sta vivendo da qualche anno a questa parte un periodo estremamente bullish, positivo. «Oggi c’è una tale liquidità sul mercato che sono i gps ad avere il coltello dalla parte del manico. Raccogliere è molto facile, anche per team nuovi e first time funds», commenta il fondatore di un fondo di fondi danese che preferisce restare anonimo. I numeri lo confermano: lo scorso anno a livello europeo la raccolta dei soli private equity europei ha toccato la cifra record di 86,4 miliardi di euro mentre a livello globale, rileva Preqin, il comparto ha raggiunto asset per 4,11 trilioni di dollari, con oltre 3.500 player (numero record) che hanno raccolto 595 miliardi di dollari nel 2019 (dopo averne raccolti 628 miliardi nel 2018 e nel 2017). E l’86% degli investitori – spinti dalla ricerca di ritorni – punta a investire ancora di più nell’industria.
In questo contesto, «una recessione non sarebbe una brutta cosa», ha commentato durante un intervento Leon Black, ceo e presidente di Apollo Global Management, che si dice pronto a…

 

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