mercoledì 11 dic 2019
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Quando la banca non fa più la banca la risposta è disintermediare

Quando la banca non fa più la banca la risposta è disintermediare

Di Alessandro Sannini
Ceo di Koine Conegliano-Milano-Londra

Con il Nord Est scosso dai fenomeni Veneto Banca e Popolare di Vicenza e dalla perdita di identità territoriale da parte dei Crediti Cooperativi, agli occhi della popolazione, il sistema è sempre più visto come un malato che non fa più il proprio dovere con aziende, famiglie e patrimoni.

L’incapacità di valutare e di essere attori operativi nell’economia dei territori porta le banche a essere poco più che dei “depositi di denaro” senza direzione e senza rendimento che non sono di aiuto alle piccole medie imprese, con situazioni, anche spiacevoli o dolose, che tendono ad allontanare il sistema finanziario dal mondo dell’economia reale. 

In questo clima, un modo di sopravvivere nei prossimi mesi sarà la disintermediazione bancaria. Le banche stesse potrebbero beneficiarne sostituendo il credito tradizionale con obbligazioni e cambiali finanziarie e con l’abbassamento dei tassi esiste già una schiera di investitori esteri pronti a sottoscrivere obbligazioni corporate di pmi italiane con tassi sicuramente vantaggiosi.

Questo tipo di strategia passa necessariamente da un aumento di trasparenza, ottemperando agli obblighi di bilanci certificati e comunicazione verso gli investitori, che deve essere accompagnata da una conoscenza del business. Succede infatti che, in particolare in alcune banche più rurali, non ci sia personale in grado di valutare settori, business e piani industriali e questo riduce il credito a un prestito a simpatia.

La ricetta, come dichiarava Vincenzo Boccia nelle scorse settimane, è che gli advisors e gli intermediari finanziari diventino coach degli imprenditori per guidarli nella ricerca di strumenti finanziari nuovi al di fuori delle banche.

La disintermediazione, in qualsiasi ambito venga applicata, non va assolutamente vista con paura, è anzi un qualcosa al passo coi tempi che potrebbe, e dovrebbe, coinvolge come attori anche gli enti regionali, parlo soprattutto delle regioni con alta produttività come Veneto, FVG , Emilia Romagna e Lombardia che si potrebbero far interpreti della divulgazione di una rivoluzione culturale.

C’è una contrapposizione forte tra il mondo “bancocentrico” e quello orientato al mercato. Il mercato è veloce e fornisce risposte immediate ed efficenti, mentre il mondo bancario è legato a logiche a volte difficilmente comprensibili. La nomenklatura bancaria italiana, soprattutto quella degli istituti di credito regionali o territoriali, dovrebbe rendersi ben conto che avrebbe straordinarie possibilità di guadagno diventando arranger per esempio per l’emissione di obbligazioni o cambiali finanziarie.  Questo anche per agevolare, con una strategia di accompagnamento valida, le aziende italiane che ne abbiano la possibilità, con 15 milioni di euro di fatturato, dei buoni fondamentali ed un piano industriale credibile, a iniziare un percorso di crescia sui mercati internazionali, che sono la ricetta vincente per le nostre imprese.

Infatti per trasformarsi da un’azienda familiare a una di mercato sono un po’ le cose da fare. In ogni caso, per il portafoglio proprio delle banche medio piccole locali e regionali sarebbe molto vantaggioso investire in obbligazioni dei propri clienti, visto che hanno ottimi rendimenti e sono controllabili giorno per giorno.

Concludendo, gli strumenti dei prossimi anni per le pmi potrebbero essere di stampo privatistico e di mercato. A partire dai fondi di debito privato elettronici e non solo, alle cambiali finanziarie che possono sostituire ad esempio gli anticipi fattura per grosse commesse e minibond plain vanilla e convertibili. Fra l’altro nulla vieta di poter quotare i minibond italiani anche al Terzo Mercato di Vienna, su ORB in London Stock Exchange o altri mercati europei.

Il miglior percorso per qualche azienda potrebbe essere anche quello di usare come palestra l’emissione di obbligazioni per poi passare a una quotazione ad esempio su AIM Italia di Borsa Italiana. Dal debito all’equity, trasformando così gli obbligazionisti in azionisti, mantenendo performance e portando in giro la propria storia e le proprie capacità. Quello da cui parte tutto è una voglia di cambiare, di riprendersi e di fare un vero e proprio rinascimento per il nostro paese e le sue bellissime aziende. 

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