Speciale Esg – Brenet, Ardian: «Ecco come la sostenibilità entra nei nostri investimenti»

Dentro o fuori, o ce l’hai o non ce l’hai. Parliamo dei criteri Esg (Environmental, social e governance) e dei private equity. Perché prestare attenzione agli aspetti legati alle tematiche sociali, ambientali e di buon governo sta diventando imprescindibile per chi investe aziende, siano esse grandi o piccole. È una questione di reputazione, ma non solo. Come spiega in questa intervista a MAG Candice Brenet (nella foto), responsabile sostenibilità di Ardian, fondo d’’investimento francese con oltre 90 miliardi di dollari di asset, la sostenibilità «è un must have, soprattutto se si vuole fare fundraising». Di contro, l’industria è ancora agli inizi nell’applicazione dei criteri Esg e non mancano le criticità, come la poca chiarezza su cosa sia sostenibile e come applicare concretamente questi criteri nelle politiche d’investimento.

In questo contesto, Ardian è uno dei primi private equity ad aver fatto proprie queste tematiche e ad aver creato un team interno, guidato proprio da Brenet, dedicato alla sostenibilità per applicare e promuovere i criteri Esg sia all’interno della società stessa e sia per le controllate. D’altronde, osserva Brenet, «Per noi c’è un grande allineamento tra i ritorni finanziari e le buone practice in termini di inclusione, governance e ambiente». A oggi il gruppo ha coinvolto 56 aziende nel Portfolio Engagement Program, dove valuta specifici key performance indicators Esg, e monitora 170 general partners, pari al 90% del Nav dei loro fondi di fondi e 101 aziende hanno beneficiato da una roadmap di sostenibilità individuale dal 2009.

 

Quando avete iniziato a tenere in considerazione la sostenibilità nella vostra attività?

Ardian è attento alla sostenibilità, al sociale e alla governance da molto tempo, abbiamo iniziato a costruire il nostro programma dedicato all’Esg nel 2008, quando la nostra ceo Dominique Senequier ha avviato all’interno del gruppo una politica di profit sharing con le aziende controllate per meglio allineare gli interessi di tutti gli stakeholders. Attraverso questa politica abbiamo condiviso con più di 23mila dipendenti di 31 società in portafoglio oltre 57 milioni di euro del capital gain.

 

Una scelta inusuale per il settore…

Non era stata un’idea molto popolare all’epoca nel nostro settore ma per noi è stato un punto di partenza dal quale poi abbiamo costruito un più completo programma di implementazione dei criteri Esg sia all’interno della nostra società, sia per le aziende che acquisiamo e gestiamo e sia con i general partners. Per noi c’è un grande allineamento tra i ritorni finanziari e le buone practice in termini di sociale, governance e ambiente.

 

Cosa vi ha spinto a farlo e come e come avete lavorato con le aziende?

Non nego che in quanto investitore, è stato un lavoro lungo e intenso ma l’abbiamo fatto seguendo i nostri obiettivi, cioè guidare cambiamenti positivi nell’operatività per contribuire positivamente alla società e all’ambiente. Dall’altro lato, è appurato che incorporare practice Esg e di corporate social responsibility (crs) consente di avere aziende che saranno più competitive e resilienti nel lungo periodo e che quindi saranno più capaci di attirare talenti.
Per fare un esempio, nel 2014 abbiamo investito in Italmatch, azienda italiana che produce additivi per lubrificanti, plastiche e altri materiali. Fin da subito abbiamo lavorato assieme all’azienda per attuare policy di crs, per implementare il reporting ambientale e migliorare il sistema di management. Una serie di azioni per ridurre i consumi energetici e ottimizzare i processi ha permesso di ridurre le emissioni dirette di CO2 del 50%, traducendosi in 3,9 milioni di euro di costi evitati. Nel 2017 abbiamo poi supportato l’azienda nell’uso dei criteri stabiliti dalla Task Force on Climate-related Financial Disclosures (costituita nel 2015 dal Financial Stability Board ndr) per stabilire i rischi a lungo termine derivanti dal cambiamento ambientale. La società ha poi creato un team innovativo dedicato per progettare soluzioni che rispondano all’impatto a lungo temine di sei precisi trend ambientali identificati.

 

Come applicate i criteri Esg nella vostra strategia di investimento?

In fase di due diligence possiamo già escludere opportunità che non soddisfano pienamente questi criteri, previa una Esg due diligence che i team di investimento realizzano e che poi riassumono in un memo da sottoporre al comitato investimenti. È capitato più volte in passato di rifiutare un investimento per questi motivi. Tuttavia ritengo che il vero valore aggiunto che una realtà come la nostra può dare è in fase di controllo. In quanto investitore a lungo termine – solitamente le aziende restano in portafoglio dai tre ai sette anni – abbiamo l’opportunità di portare cambiamenti positivi in azienda per il rispetto di questi criteri e per massimizzare il loro contributo alle sfide ‘sociali’.

 

Come lo fate? Può farci qualche esempio?

Dal 2009 abbiamo costruito un Sustainability engagement program con le aziende in portafoglio e i Gps e abbiamo avviato la prima Esg due diligence in cinque società del portafoglio buyout in Italia, Francia e Germania. Con l’aiuto di esperti, siamo andati in azienda e abbiamo lavorato con i management team per identificare i principali temi Esg dell’azienda per poi realizzare un action plan e stabilire i relativi key performance indicators (Kpi) da monitorare nel tempo. Con gli anni abbiamo esteso il programma a tutti i portafogli expansion, infrastructure e real estate e ora lo portiamo avanti in almeno 60 aziende, dove ognuna ha la sua roadmap. Dal 2011 il programma è stato esteso anche ai fondi di fondi. In questo caso monitoriamo una volta all’anno i progressi dei Gps nell’integrare i criteri Esg con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sull’importanza di queste tematiche. Nel 2011 partecipavano al programma 52 gps, nel 2018 erano…

 

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