mercoledì 28 ott 2020
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Ethica Group, 2020 verso risultati record. Ma l’anno prossimo si rischia una carestia di m&a

Ethica Group, 2020 verso risultati record. Ma l’anno prossimo si rischia una carestia di m&a

L’attività di advisoring in ambito m&a assomiglia all’agricoltura: devi seminare mesi, se non anni prima, per raccogliere i frutti a tempo debito. Lo sanno bene in Ethica Group e per questo il 2020 – l’annus horribilis del coronavirus Covid-19 – non fa paura. Ma l’anno prossimo….

Cosimo Vitola (nella foto) è uno dei soci di Ethica Group, amministratore delegato di Ethica Corporate Finance e di Ethica Debt Advisory, ovvero le anime operative della società. Vitola ha fondato Ethica nel 2010, reduce dalle esperienze di direttore generale di Arner Corporate Finance, responsabile dell’attività di m&a di Interbanca e dirigente della divisione corporate finance del gruppo Sopaf e di UniCredit. In dieci anni, insieme agli altri fondatori e ai vari professionisti che si sono aggiunti via via al team, ha seminato pazientemente, arando il campo delle medie imprese – spina dorsale dell’economia italiana – e degli investitori che hanno come target il mid-cap. Un campo vastissimo, in cui potenzialmente si può perdere l’orientamento, senza una bussola. A tenere la rotta di Ethica è stata la focalizzazione su aziende comprese entro paletti dimensionali ben definiti e la concentrazione su tre aree di business: m&a, equity e debt.

In questa intervista a Financecommunity, il manager spiega come sta procedendo l’attività del gruppo, cosa si attende per i prossimi mesi e quali linee intende seguire per crescere ulteriormente.

Vitola, il primo semestre è stato segnato da un rallentamento dell’attività di m&a a livello globale, come era ovvio attendersi per via del blocco dell’economia per frenare la diffusione del Covid-19 (vedi il numero 146 di Mag): come sono andate le cose per Ethica?
Inaspettatamente, il primo semestre è stato al di sopra delle attese. Abbiamo lavorato da subito in smartworking: un collega di Lodi con un parente contagiato ci ha obbligato dal 24 febbraio a operare in questa modalità. All’inizio eravamo molto preoccupati, ma, grazie soprattutto ai ragazzi più giovani – pronti a reagire e a sfruttare le tecnologie -, ci siamo adattati in fretta. Nei primi sei mesi abbiamo seguito oltre dieci operazioni, tra cui una in questi giorni. Un altro signing è atteso tra fine luglio e inizio agosto. Dovessimo proseguire su questo trend, penso che riusciremo a chiudere il 2020 con risultati superiori all’anno scorso.

Il 2019 con quali risultati è andato in archivio?
Circa 11 milioni di fatturato, quasi 4 milioni di ebitda e oltre venti operazioni.

Siamo al paradosso: stabilite il vostro record in un anno in cui una pandemia sta affossando l’economia globale…
Sorprendente, vero? Ma solo a una lettura superficiale. Si spiega in modo semplice: le operazioni seguite quest’anno sono figlie di una pipeline costruita nel 2019. Oltretutto, parliamo di deal che riguardano aziende attive in settori resilienti, come healthcare, alimentare e mondo del pet. Inoltre, ci sono settori – legati all’online e più in generale alle tecnologie digitali – che hanno addirittura beneficiato del lockdown (per una panoramica delle operazioni seguite da Ethica, guada la pagina sul sito del gruppo: http://www.ethica-group.com/operazioni).

Dunque, con la ripresa economica che è prevista nell’ultima parte dell’anno e soprattutto nel 2021 – fermo restando che non verremo travolti da una seconda ondata di Covid-19 -, Ethica si appresta a fare scintille nei prossimi mesi?
Non esattamente, perché nell’advisoring e negli investimenti di m&a si semina l’anno prima e nel 2020, di fatto, ci è venuto a mancare un semestre per coltivare la pipeline.

Una perdita a cui si può porre rimedio?
Dovremo spingere molto sull’attività commerciale, sul marketing, sull’origination dei deal. Per questo abbiamo perfezionato il reclutamento di una nuova risorsa, che proviene da una banca e si concentrerà prevalentemente sull’origination di deal di m&a.

Il nome?
Non posso farlo, sta ancora definendo i termini dell’uscita dal gruppo in cui lavora attualmente. Ma non sarà l’unico reclutamento che intendiamo fare: stiamo cercando di prendere due figure simili per spingere su debito ed equity.

Non siete i soli – nella community finanziaria – a pensare che le conseguenze della pandemia si vedranno soprattutto nel 2021. Penso, per esempio, a Deloitte, che ha rinunciato a un’opzione sulla nuova sede di Milano perché prima vuole vederci chiaro sui prossimi mesi….
Per quanto riguarda l’attività di advisoring e anche gli investimenti diretti, la pipeline ora deve essere creata. Paradossalmente, ripeto, vediamo delle nubi addensarsi sul 2021.

Dal punto di vista societario come siete strutturati?
La holding fa capo per il 52% al management operativo, per il 47,5% a undici imprenditori e il restante 0,5% sono azioni proprie. Le società operative sono Ethica Corporate Finance ed Ethica Debt Advisory. E poi c’è Ethica Global Investments, che è un veicolo di permanent capital, con un hard commitment da una cinquantina di imprenditori e una holding dedicata a family and friends, circa settanta soci, con 7 milioni di commitment. All’inizio dell’anno abbiamo completato il fundraising sulla holding, raccogliendo 100 milioni di commitment: i sottoscrittori sono imprenditori, che hanno garantito un hard commitment compreso fra 1 e 5 milioni.

Quali sono le linee di sviluppo per crescere ulteriormente?
Vogliamo lanciare un fondo di debito, completando il modello di business. Per ora abbiamo solo il prodotto di equity. L’idea è costituire una sgr con all’interno una mini-piattaforma di prodotti alternativi, partendo con un fondo di debito da 100-150 milioni. Successivamente, vorremmo lanciare dei fondi di private equity verticali, molto specializzati.

Non è un mistero che vi guardiate attorno per crescere anche tramite acquisizioni…
E’ un fatto noto: abbiamo guardato il dossier Principia, ma abbiamo rinunciato. L’anno scorso abbiamo provato ad aggregarci con un fondo di debito, ma a un certo punto le trattative si sono interrotte. Più che acquisizioni, a ogni modo, pensiamo ad aggregazioni.

Potreste allargare il raggio d’azione, in termini di dimensione di aziende o attività di advisoring, penso al restructuring e alle ipo?
Per quanto riguarda il range dimensionale delle imprese, siamo e vogliamo restare un animale da mid market. Per quanto riguarda l’advisoring, accompagniamo aziende con enterprise value compreso tra 30 e 300 milioni, perlopiù lato sell side (nel 90% dei casi). Gli investimenti diretti ci interessano su imprese con enterprise value attorno a 25-30 milioni. Non facciamo restructuring, guardiamo solo aziende in bonis. E non facciamo ipo: non fa parte del nostro business. Abbiamo fatto un tentativo di prendere dei professionisti per aggiungere la gamba delle quotazioni, ma abbiamo capito che è un business che stand-alone non sta in piedi. Diverso è il discorso sul debito, ambito dove si può spaziare maggiormente in termini dimensionali.

Quali sono, in questa fase tormentata, i settori più vivaci, i campi dove si può seminare meglio per far nascere operazioni di m&a?
Healthcare, alimentare e IT, senza dubbio. E saranno frizzanti per i prossimi diciotto mesi. Viceversa, i settori più problematici, maggiormente penalizzati dalla pandemia, sono automotive, turismo e fashion, sia per quanto riguarda il b2b, sia nel segmento retail. Stiamo assistendo a una divaricazione sempre più accentuata dei multipli: le aziende dei settori vivaci vengono vendute a double digit, nei settori più in sofferenza c’è una caduta delle valutazioni.

La crisi del 2008 ebbe come conseguenza una divaricazione tra attese di prezzo dei venditori e valutazioni dei compratori: sta accadendo anche ora?
Sì, ed è normale che sia così. L’investitore è un soggetto razionale, che adegua immediatamente i parametri al contesto economico-finanziario. L’imprenditore è più emotivo e meno lucido nell’analizzare il quadro. In queste fasi si crea un gap di valutazione, che credo perdurerà per almeno 18-24 mesi, quanto meno in alcuni settori, quelli dove i fondamentali si sono maggiormente deteriorati.

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