mercoledì 11 dic 2019
HomeScenariNexi, storia breve dell’Ipo dell’anno

Nexi, storia breve dell’Ipo dell’anno

Nexi, storia breve dell’Ipo dell’anno

Costruire un colosso dei pagamenti digitali, in grado di competere a livello europeo, partendo da un marchio storico, ma bisognoso di investimenti, da una società che per le banche popolari non era una priorità di sviluppo.

La missione che si erano dati Bain Capital Partners, Advent International e Clessidra poteva apparire, se non impossibile, quanto meno molto difficile. Ma l’obiettivo è stato centrato: dopo quattro anni di lavoro – razionalizzazione e managerializzazione, investimenti in tecnologie, aggregazioni, cessione di asset non core -, la ‘vecchia’ CartaSì è approdata a Piazza Affari con le spalle molto larghe, tanto da aggiudicarsi la palma di Ipo più grande in Europa nel 2019.

Il punto di partenza di questa storia – che smentisce, se ve ne fosse ancora bisogno, gli stereotipi dei fondi private equity ‘locuste’ e ‘avvoltoi’, dei ‘barbari alle porte’ – si chiama Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane (Icbpi), un nome che già di per sé suona antico. E l’anno di nascita, 1939, testimonia la vetustà dell’istituzione. Icbpi nasce come organismo di coordinamento delle banche popolari.

Nel 2009 la storia di Icbpi s’incrocia con CartaSì, nata nel 1985 come Servizi Interbancari. L’acquisizione costituisce il culmine di un trend di crescita che porta Icbpi ad essere leader in Italia nel settore dei pagamenti elettronici nell’emissione e gestione di carte di pagamento e nella gestione della rete di accettazione. A questo punto siamo entrati nell’era della digitalizzazione dei pagamenti. E i servizi di monetica sono esplosi.

I tempi sono maturi per il balzo definitivo. E Icbpi-CartaSì si trova al crocevia di due trend convergenti: le banche, col fiato sul collo della Bce, sono costrette a individuare in fretta asset da dismettere e i servizi di pagamento sono in cima alla lista delle ‘cose da vendere’; contestualmente, i fondi di private equity, in particolare quelli specializzati nei financial services, sono pronti a bussare alla porta delle banche per mettere le mani su attività che, storicamente, possono facilmente rendere più profittevoli, attraverso il miglioramento dell’attività operativa, l’accelerazione degli investimenti e l’efficientamento.

Su Icbpi si scatena un’asta, che vede contrapposte la cordata che poi risulterà vincente – non senza una coda polemica, legata al ruolo degli advisors dei venditori (Equita sim e Mediobanca) – e l’accoppiata Cvc Capital-Permira, che, in un primo tempo, pareva destinata a trionfare.

A giugno 2015 Icpbi passa a Bain-Advent-Clessidra sulla base di una valutazione di 2,15 miliardi. Nel dettaglio, gli acquirenti – riuniti nel veicolo Mercury – mettono le mani sull’85,79% del capitale, quota destinata a salire progressivamente.

Luca Bassi (nella foto), managing director di Bain Capital, spiega a MAG quale opportunità videro i fondi in Icbpi: «In un settore molto attrattivo come quello dei servizi di pagamento, l’Italia era in ritardo e l’accelerazione degli investimenti tecnologici garantiva fortissimi margini di crescita».

Comincia un nuovo capitolo della storia di CartaSì. Gli azionisti chiamano Paolo Bertoluzzo, proveniente da Vodafone, come amministratore delegato. Viene varata una riorganizzazione societaria e messo in cantiere un piano industriale al 2021 che prevede investimenti per 5 miliardi, di cui oltre 1 miliardo soltanto in tecnologie e competenze.

Nel novembre 2017 Icbpi cambia nome e diventa Nexi. Nel frattempo, il gruppo ha realizzato l’acquisizione di Bassilichi e quella di Setefi, il sistema di pagamenti di Intesa Sanpaolo. Altre tappe rendono Nexi sempre più grande: l’acquisto dei business del merchant acquiring di Banca Carige, Mps e Deutsche Bank. Ma la società guidata da Bertoluzzo, contestualmente, diventa più focalizzata, attraverso la cessione di Oasi a Cedacri e lo scorporo dell’attività di banca depositaria, che diventa DepoBank.

Dall’ingresso dei fondi, sottolinea Nexi, gli investimenti sono triplicati. Così si arriva alla fine del 2018, che per Nexi va in archivio con ricavi operativi netti normalizzati per oltre 900 milioni e un ebitda normalizzato di 424 milioni. L’approvazione dei conti dell’anno scorso viene preceduta dall’avvio del processo di quotazione, strada individuata dai fondi azionisti per monetizzare l’investimento.

A questo punto la vecchia Icbpi-CartaSì è divenuta, nelle parole dei comunicati stampa, una “paytech”, che opera “in partnership consolidate con circa 150 istituti bancari, che rappresentano l’80% del numero di sportelli del sistema bancario in Italia”. La missione di Nexi è “rendere digitale ogni pagamento e agevolare lo sviluppo della digitalizzazione”. Una società che “serve circa 890.000 commercianti e gestisce 1,4 milioni di terminali pos, con una quota di mercato servita pari a circa il 70%”. E ancora: Nexi e le banche partner “gestiscono 41 milioni di carte di pagamenti, con una quota di mercato servita pari a circa il 60%”. Nexi gestisce “13.400 atm, con una quota di mercato servita pari a circa il 29%, circa 420mila postazioni di e-banking (circa il 25% di quota di mercato) e oltre 900 milioni di transazioni nei servizi di clearing”.

Questi sono i numeri con cui Nexi si presenta al mercato…

 

PER CONTINUARE LA LETTURA SCARICA GRATIS L’ULTIMO NUMERO DI MAG

Vota questo articolo
Nessun commento

Aggiungi un commento

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Accesso

Hai dimenticato la Password?

Registrati

Reset della password
Per favore inserisci la tua email. Riceverai una nuova password via email.