Volatilità? In soccorso arriva il Pug

di nicola barbiero

Negli ultimi mesi la volatilità è tornata a catalizzare l’attenzione degli operatori: pur essendo un elemento che caratterizza ogni asset class, gli investitori sono portati a sottostimarne gli effetti in periodi positivi e sovrastimarne le conseguenze in fasi negative. Proprio durante queste ultime aumenta la possibilità che l’emotività prevalga sulla razionalità portando anche gli asset owner più accorti a individuare nella liquidità un rifugio sicuro: la gestione del timing, quindi, è un fattore chiave nel risultato finale dell’investimento.

Con modalità e tempi differenti, la volatilità è un aspetto essenziale che contraddistingue sia gli investimenti tradizionali che quelli alternativi: come succede anche per altri fattori di rischio, una sensata diversificazione degli impieghi ritengo ne possa efficientare la gestione. In questo spazio abbiamo già approfondito l’importanza di strutturare con gradualità l’investimento negli asset alternative in modo da diversificare il vintage year (leggi il post sull’importanza del vintage year) ovvero il momento in cui viene effettuato il primo investimento da parte dei FIA in portafoglio mediando, in questo modo, i momenti del ciclo economico durante i quali si investe. Anche il singolo veicolo, inoltre, richiamando gradualmente le somme da investire, raggiunge parzialmente questo obiettivo che viene completato qualora un asset owner riesca ad impegnare con altrettanta gradualità e costanza la quota del proprio patrimonio destinata agli alternativi.

Volgendo per un attimo l’attenzione ai mercati liquidi, nei mesi trascorsi si è rilevato un deciso incremento della volatilità e, come può accadere in queste fasi, una concomitante pressione da parte degli asset owner a liquidare alcune delle proprie posizioni. La conseguenza è facilmente percepibile: con l’uscita si realizzano le perdite aumentando la probabilità di non beneficiare (o beneficiare solo parzialmente) dell’upside successiva (non consideriamo, per semplicità, i costi impliciti che, causa limitata liquidità nel mercato, si potrebbero sostenere in fase di vendita). Certamente in questo modo si limita l’esposizione del portafoglio a successivi ribassi ma, nonostante questo rischi di essere un approccio miope qualora adottato da investitori istituzionali caratterizzati da liabilities di lungo termine e da portafogli sufficientemente sofisticati e differenziati, bisogna considerare che in alcuni casi l’emotività prevale sulla razionalità ed è, quindi, opportuno che i gestori forniscano soluzioni che permettano di ottimizzare anche la fase più delicata di ciascun investimento, alcune volte sottovalutata, e che “scrive” a tutti gli effetti il risultato finale: l’ exit.

Gli investitori, anche retail, spesso vedono nel Pac (l’investimento attraverso richiami successivi si può configurare come un Pac con tempi e importi non costanti) una modalità di diversificazione dimenticando, però, che le somme aggiunte nel corso del tempo sono impegnate per periodi più brevi e questo (in modo particolare con riferimento ai mercati liquidi) potrebbe rendere il rendimento finale più volatile. In effetti, entrare gradualmente (avendo già una somma ingente da investire) permette di abbassare (non eliminare) il rischio ma ciò non fa altro che spostare più in là nel tempo il momento in cui ci si assumerà pienamente il rischio. Ad esempio, nel corso di cinque o dieci anni, il valore investito sarà presumibilmente (e auspicabilmente) cresciuto; chi accetta la possibilità di perdere il 10% durante il primo anno (su un investimento limitato), difficilmente accetta di perdere lo stesso 10% del montante accumulato nel corso dell’ultimo anno (investimento maggiore). In generale, ritengo che non si dovrebbero accettare il rischio di un investimento a meno che lo stesso non sia sostenibile in ogni periodo durante il quale si detiene l’esposizione. Emerge, così, l’importanza di affiancare ad una efficiente strategia di “entrata”, una necessariamente efficace strategia di uscita che limiti il rischio “momentum” e, allo stesso tempo, risponda alla richiesta di liquidità mantenendo “sopportabile” la volatilità del portafoglio in ogni periodo.

Ecco, quindi, il PUG: non Frank the Pug (nella foto) della saga cinematografica Men in Black ma il Piano di uscita graduale.

Attraverso questa soluzione è possibile diminuire il rischio di investimento (in termini di valore assoluto) e, anche dal punto di vista psicologico, dovendo/volendo investire per un certo periodo in un’attività rischiosa, riporta la razionalità a governare l’emotività.

Sotto questo aspetto gli asset alternativi si caratterizzano per un modus operandi da prendere a riferimento: la gradualità che il caratterizza in fase di investimento e durante l’uscita permette una considerevole diversificazione di timing anche per il singolo FIA permettendo all’investitore di focalizzarsi sulle caratteristiche e sui risultati del team di gestione e della politica di investimento, vero e proprio fattore chiave in questo mercato.
In questo senso, penso, che anche l’industria del risparmio gestito “tradizionale” possa prendere spunto per innovare la propria offerta di prodotti permettendo agli investitori retail di affiancare al conosciuto e consolidato PAC il PUG: una vera e propria strategia di uscita volta ad ottimizzare il risultato (soldi in portafoglio all’investitore, forse un po’ crudo ma ritengo sia l’elemento di centrale attanzione) complessivo dell’investimento.

La modalità operativa caratteristica degli asset alternativi assicura un particolare valore aggiunto che, spesso, i prodotti “tradizionali” non offrono e in un contesto di mercato particolarmente competitivo nulla può essere lasciato al caso. Adottare il Pug in fase di exit può rivelarsi un ulteriore arma a disposizione dei fondi pensioni o di altri investitori istituzionali per diminuire sensibilmente la volatilità dei risultati finali a beneficio dei propri stakeholders.
Questa potrebbe diventare pura innovazione per gli investitori retail che, stante l’approccio meno strutturato, hanno bisogno di prodotti in grado di rispondere in ogni fase alle loro esigenze senza che ciò incida nel risultato finale.

Volatilità? In soccorso arriva il Pug

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